Notre-Dame, i comaschi ripensano al Duomo incendiato (con Gadda reporter)

Incendio duomo Como

Il rogo, il simbolo della fede distrutto, la speranza nella ricostruzione. Non siamo a Parigi ma a Como. Mentre il mondo intero era in apprensione per la sorte della cattedrale di Notre-Dame in fiamme, molti comaschi hanno ripensato al rogo, causato da un incidente, che devastò il 27 settembre 1935 la cupola del Duomo di Como. Un episodio che ebbe come commentatore di eccezione lo scrittore Carlo Emilio Gadda sulla “Gazzetta del popolo” dell’anno seguente, brano che Adelphi ha meritoriamente riproposto nella raccolta di saggi e brevi prose Verso la Certosa (pp. 247, 19 euro).
Siamo nel pomeriggio del 27 settembre 1935, verso le 16: l’ultimo operaio ha riposto i suoi attrezzi ed è sceso dalla cupola del Duomo costruita tra il 1730 e il 1744 su progetto del messinese Filippo Juvara, dopo una ridda di progetti e proposte contraddittorie. Intanto sulla cattedrale, «cosa stupenda e sacra» come scrive l’autore del Pasticciaccio, pende una rovente spada di Damocle.
«Sfuggita all’apparecchio di un operaio saldatore – annota Gadda descrivendo una “scena criminis” che fa venire in mente il cantiere per i restauri in corso proprio a Notre-Dame – la favilla s’insinuò nella buia intercapedine fra il rivestimento in rame e l’estradosso della cupola. Incontrò i ragnateli di un intero secolo, si moltiplicò lungo la potente armatura di rovere, stagionatissima, onde, a sostegno delle lamiere, uno specialista della Fabbrica milanese aveva incapsulata, nella estate del 1769, la mole di don Filippo Juvara».
Intanto un gruppo di passanti in via Comacini nota uscire fumo: «Il popolo di Como – annota il “Gran Lombardo” – accorse tutto, quasi a voler difendere, a salvare il suo Duomo». Ed è un rogo serio, «un rogo di quattrocento cinquanta quintali di legno di rovere, stagionato da un secolo e mezzo», scrive Carlo Emilio Gadda.
Intanto si fa buio e ciò complica il già difficile lavoro dei pompieri che trasforma i fasci di luce dei genieri e i getti d’acqua delle autopompe in una possente immagine di catastrofe, come riferiscono le immagini tramandateci dalla storia. Gadda non manca di riferirsi a due muti testimoni del rogo, un illustre collega come Plinio il Giovane e suo zio Plinio il Vecchio «perito tra i vesuviati del 79 agli approdi di Stabia», che custodiscono la facciata della cattedrale con le rispettive statue: «L’uno o l’altro potrebbero egualmente riferire i casi dell’incendio, narrarci di quelle scale, di quei vapori, di quei marmi, di quella folla ululante nella tenebra affocata». Intanto le forze dell’ordine e anche i sacerdoti – tutti lavorano in condizioni proibitive – sono impegnate a far evacuare le case attorno alla Cattedrale e a trasportare dal Duomo alla vicina chiesa di San Giacomo i quadri del Luini e del Ferrari, gli arazzi fiamminghi e il Cristo del ’400: «Potenti riflettori elettrici – scrive Gadda – facilitarono il compito ai salvatori». Che sono «acrobati nella notte e nel fuoco, con inesauribili lance d’acqua, dal fermo coraggio».
Deve essere stato uno spettacolo terrificante. Si narra che il bagliore delle fiamme che avvolgevano la cupola della Cattedrale fosse visibile da ogni parte della città, da Brunate fino a Rovenna, alle falde del Monte Bisbino. Al mattino, i comaschi si risvegliarono con la cupola ancora fumante, e l’urgenza di un intervento di ripristino che Carlo Emilio Gadda, scrivendo mesi dopo i fatti, documenta nelle sue premesse strutturali e nei suoi passaggi stilistici per tornare «dopo diligenti ricerche e accurata disamina delle forme» al disegno originale della cupola voluto dallo Juvara.

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