Novarese: «Il vero freno a mano è la burocrazia, lasciate le imprese libere di correre per sei mesi»

Emergenza coronavirus Como, code, fila di persone fuori dai supermercati, Esselunga di Lipomo

«Usciamo da un bombardamento, siamo stati due mesi rinchiusi in un bunker e il 4 maggio ci dicono che si potrà iniziare ad uscire. Ma non sappiamo cosa troveremo là fuori se non di sicuro un mucchio di macerie. Dovremo contare ciò che è rimasto in piedi e ciò che non ce l’ha fatta». È la metafora economica dell’azienda Italia al tempo del coronavirus. Le parole sono dell’imprenditore comasco Alberto Novarese, presidente di Saati Group, multinazionale con base ad Appiano Gentile, che interviene così nel dibattito sulla ripartenza, la cosiddetta “Fase 2” che da lunedì come detto inizierà i primi passi.
«È difficile immaginare cosa ci si aspetta in realtà, inutile fare previsioni adesso. Dovremo verificare direttamente sul campo – dice l’imprenditore lariano – Molte saracinesche non potranno essere rialzate, perché molti operatori, penso ad esempio agli artigiani, non hanno più liquidità per reggere oltre un certo limite. Alcune attività non si sono fermate per fortuna, la mia azienda ad esempio ha retto perché è molto competitiva nell’esportazione, molte altre riprenderanno trovando un contesto molto cambiato e dovranno adeguarsi per stare al passo coi tempi, altre non ripartiranno del tutto. Non è cinismo, sono i crudi numeri. Sicuramente avremo problemi di logistica nei trasporti, vista la difficoltà riscontrata nel mantenere la distanza sociale sui mezzi. Dovremo convivere con forti limitazioni».
E c’è poi una serie di nodi tutti italiani che con la crisi sanitaria sono venuti al pettine. «Il primo dei quali è la burocrazia. Anche nella gestione di questa fase emergenziale – dice Novarese – è emerso in modo lampante il suo ruolo di freno a mano, ha reso i processi molto meno agili del necessario. Se riuscissimo a superare questo scoglio saremmo il Paese migliore del mondo. Purtroppo siamo indebitati a dismisura perché spendiamo male i nostri soldi, e per questo capisco le perplessità di chi non vuole condividere il nostro debito».
Saranno soprattutto le piccole e medie imprese a soffrire l’urto della crisi, secondo Novarese: «È stato come un enorme tsunami, che causerà a tutti molti danni. Ma saranno i più fragili a patire l’incertezza e l’instabilità di questa fase. L’italiano è migliore dal punto di vista creativo e imprenditoriale, ma per rimanere a galla durante questa crisi che come ho detto è stata ed è una guerra vera e propria, occorrono rimedi drastici».
Quali? «Tutte le imprese, dalle maggiori alle più piccole, e soprattutto pensando a loro, devono essere lasciate libere di correre, per almeno sei mesi. L’economia italiana ha risorse da vendere, ha molte energie. Ma vanno liberate. Una ripartenza seria e vera avverrà solo se non ci sarà burocrazia di mezzo. Solo così secondo me le energie positive di chi è rimasto in piedi potranno avere modo e luogo per scatenarsi. Poi ci sarà il tempo per mettere regole, pretendere tasse, porre limiti. Ma prima, mantenendo ovviamente dei controlli, per tutti devono esserci le migliori condizioni possibili per essere efficienti in questa emergenza, ossia per sperare di generare ancora ricchezza: la condizione è che deve esserci la maggiore libertà possibile. E poi a fine anno tireremo le somme. Uno non può ammazzare la mucca che gli dà il latte tutti i giorni».
Che lezione trarre da questa crisi epocale? «Una lezione molto dolorosa – dice Novarese – Siamo un Paese infestato dal parassitismo e dalla burocrazia, dove ora queste anomalie con il virus giungono allo scoperto. Paghiamo il prezzo di un mondo che ha vissuto di rendita e che oggi è una zavorra che non possiamo più permetterci. In altre parole, ogni sistema economico ha senso se produce valore, altrimenti è folle. Occorre fare piazza pulita di ciò che non produce valore ma lo mangia in modo indegno. Senza queste zavorre saremmo una nazione ricchissima, e lo testimonia la grande capacità di risparmio privato che dimostrano i cittadini italiani. Ora il debito pubblico aumenta enormemente, e pensare che fino a pochi mesi fa la politica litigava su poche virgole percentuali di Pil in più o in meno da mettere in previsione per l’Italia. Un altro mondo, un’altra epoca. Ormai le vecchie proporzioni, i vecchi equilibri, non ci sono più. Rimane il valore del lavoro, che puoi garantire solo se hai capitale da investire e creare così ulteriore sviluppo. Siamo entrati in una economia di guerra, che ci dà l’occasione per riprogettare il nostro Paese. Ma dobbiamo farlo seriamente, altrimenti non avremo imparato la lezione per cui paghiamo un prezzo in vite umane altissimo. Due esempi. Alle aziende servono regole certe, in primis sul fronte sanitario. E al vertice serve un governo illuminato, fatto di gente che sa davvero cosa sia il mondo del lavoro e non ha solo studiato».

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