Olindo risponde alle domande delle “Iene”. Ma la sua “difesa” è piena di contraddizioni

Immagine Le Iene Mediaset Olindo Romano

Sotto processo, non aveva mai voluto rispondere alle domande dei giudici. Si era limitato a quelle che vengono definite “spontanee dichiarazioni”, quindi senza alcuna contestazione o domanda cui dare spiegazione. A 12 anni dalla Strage di Erba ha scelto di rispondere a domande, ma non ad un magistrato, bensì davanti alla tv e alle “Iene” di Italia 1. A intervistarlo quell’Antonino Monteleone noto anche per la sua inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena e sulla morte di David Rossi. Stiamo parlando di Olindo Romano, condannato all’ergastolo in via definitiva (con la moglie Rosa Bazzi) per la Strage di Erba.
Una lunga “arringa” difensiva, quella di Olindo, che non ha affatto convinto. In tre quarti d’ora di servizio, sono stati molti i momenti il cui i silenzi e gli imbarazzi sono stati palesi. Quattro quelli evidenti, quando cioè Monteleone gli ha chiesto del perché aveva pedinato (con la moglie Rosa) la povera Raffaella Castagna prima della strage («non la stavamo pedinando, è stata una coincidenza»), del perché delle confessioni e soprattutto del perché aggiungere che la strage l’avevano già tentata prima, nei giorni precedenti: che bisogno c’era di inserire la premeditazione?. «Per avvalorare la strategia concordata con l’avvocato», è stata la replica giunta dopo un lungo tentennamento. Silenzio pesante anche quando la “Iena” ha chiesto ad Olindo perché, visto che mangiavano sempre alle 19.30 (come confermato dallo stesso Romano nel corso dell’intervista), proprio quella sera andarono in un ristorante a Como alle 21.30? Elemento poi usato dalla difesa come alibi non creduto dai giudici.
«Perché – altra coincidenza, evidentemente – quella sera non avevamo voglia di cucinare e quando non cucinavamo potevamo anche mangiare più tardi». Senza contare, infine, le confessioni rilasciate non solo ai magistrati ma anche sulla Bibbia che Olindo teneva in carcere. «Ma anche quelle le avevo scritte quando seguivo la strategia processuale» del precedente difensore.
«Questa storia è andata avanti così, cosa ci vuoi fare…», è stata la chiosa, ribadendo di «non aver ucciso quattro persone» e che la strage è «opera di professionisti». «Raffaella e Azouz? Non li sopportavamo, ma non è questo un buon motivo per uccidere una persona». Per i giudici, invece, sì.

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