Omertà e silenzi nell’operosa Brianza, ecco come agivano le cosche calabresi

Carabinieri

Scene già viste, a queste latitudini (e non solo), soprattutto quando di mezzo c’è la criminalità organizzata di stampo mafioso. Silenzi e «non ricordo» nelle aule di giustizia, “allergia” per le denunce fuori dai palazzi di giustizia. Anche l’ordinanza eseguita all’alba di giovedì non fa eccezione.
Le 800 e passa pagine che motivano le misure restrittive per 22 indagati, a cinque dei quali la Dda contesta anche
il reato di essere interni alla ’ndrangheta, raccontano di ben 48 episodi criminali, molte estorsioni, altrettante minacce per recuperi di credito, e poi pestaggi e vessazioni di ogni tipo. In un solo caso – di cui parliamo nella pagina accanto, relativa a una discoteca di Cantù – la vittima ha avuto il coraggio di denunciare. Tutti gli altri coinvolti hanno scelto altre vie, lontano dalle caserme dei carabinieri. Un fatto questo che per il gip di Milano è la «palese dimostrazione della diffusione dell’omertà nell’area territoriale di riferimento». Un silenzio che, sempre per il giudice, sarebbe figlio della «stratificazione nel corso degli anni, dell’esercizio del potere mafioso in quel contesto».
Un episodio avvenuto a Cabiate, datato 25 maggio 2018, racconta bene – per il gip – questo stato di cose. È notte, quando una Lancia Y parcheggiata lungo la via e di proprietà di una titolare di una carrozzeria, viene distrutta da un incendio doloso. La vittima non si rivolge ai carabinieri, ma contatta uno del presunti affiliati alla malavita, Luca Vacca, 37 anni, che si presenta con un eloquente «Cabiate è casa mia». Le “indagini” vengono affidate a lui, e non ai carabinieri. Ci sono testimoni, si parla di una Audi scura che si sarebbe avvicinata all’auto prima che divampasse l’incendio. Vengono sentite persone.
Insomma, le due attività investigative – quella dell’Arma, comunque “sul pezzo”, e quella non ufficiale – proseguono l’una all’oscuro dell’altra. Arriveranno prima i carabinieri, individuando il presunto responsabile che avrebbe agito «per scopi assicurativi».
Una storia che tuttavia racconterebbe – secondo i magistrati – il ruolo svolto sul territorio dalla malavita. Uno dei molti petali – la risoluzione delle controversie – della margherita del business delle cosche che ha al primo posto ovviamente il traffico di sostanze stupefacenti (in questo caso, cocaina, hashish e marijuana dalla Spagna). Altre attività sono poi «i servizi di sicurezza, gli esercizi pubblici, le autofficine ma anche i rivenditori ambulanti di alimenti».
Come dicevamo, la Dda ha contestato l’appartenenza alla ’ndrangheta a più indagati, ma per il gip la contestazione è giustificata solo per tre. I cugini Cristello, Umberto (53 anni, «con una posizione di spicco all’interno della locale di Seregno») e Carmelo (47 anni, definito «un “azionista” della cosca, con particolare dedizione al traffico di stupefacenti»), ma anche Luca Vacca (37 anni, non calabrese ma sardo di origini che tuttavia «dimostra di aver assorbito perfettamente il metodo mafioso»).
Il gip, rispetto alla Dda, non riconosce l’appartenenza alla ’ndrangheta per Daniele Scolari, comasco di 32 anni, figura «opaca», in grado di mettere in atto «condotte con metodo mafioso» ma che «non avrebbe contribuito al rafforzamento della ’ndrangheta» pur essendone «contiguo» e «compiacente».

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