Pandemia: l’ex ministro Ornaghi: «Parecchio da ricostruire.E soprattutto da costruire»

Lorenzo Ornaghi

In occasione dei novant’anni, che festeggerà lunedì prossimo, abbiamo chiesto un ritratto dell’avvocato comasco Guido Vestuti, erede di una lunga tradizione familiare nell’avvocatura, a Lorenzo Ornaghi, rettore per un decennio, dal 2002 al 2012, dell’Università Cattolica e ministro dei Beni e delle attività culturali nel governo Monti.
Professor Ornaghi, che ricordo ha di Vestuti collega di Ateneo?
«Prima di qualche ricordo, un grandissimo augurio di felice compleanno a Guido Vestuti. Il quale, ne sono sicuro, invece di voltarsi a rimirare con legittima soddisfazione le molte e belle cose che ha fatto nei decenni trascorsi, giustamente sta programmando con la moglie Amalia qualche viaggio non appena sarà possibile e, soprattutto, si sta interrogando sull’avvenire politico, così come su quello economico, sociale, culturale. L’avvenire non solo dell’Italia, ma dell’Europa e dell’intera civiltà occidentale. Perché Guido Vestuti è sì un sociologo e un giurista, munito per di più di un dottorato a Friburgo, ma è in primo luogo e soprattutto uno studioso appassionato della realtà. È questa una sua qualità, che imparai a conoscere sin da quando venne chiamato a insegnare Storia del pensiero sociologico nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Il sostegno più convinto fu offerto da Gianfranco Miglio, che era Preside della Facoltà e di cui allora ero assistente. Con Miglio, Guido Vestuti ha sempre condiviso l’assoluta necessità di studiare la realtà per come essa è, senza mai confonderla con ciò che ci piacerebbe che essa fosse. Una consapevolezza, questa, che può comportare un po’ di isolamento, o la diffidenza, o magari l’ostracismo da parte di altri studiosi. E che però offre l’unica ciambella di salvataggio, soprattutto quando – pensiamo alle condizioni della politica odierna, non solo nel nostro Paese – la realtà presenta spettacoli talmente sconfortanti, da far ritenere che poco o nulla possa cambiare in meglio, se non dopo un traumatico shock».
Quale il metodo di analisi di Vestuti nei campi del sapere in cui si è impegnato e quale il suo metodo di insegnamento?
«Senza dubbio il suo metodo principale di analisi è sempre stato guidato dall’obiettivo di descrivere e comprendere la realtà, non lasciandosi illudere o ingannare dalle tante mascherature con cui in ogni stagione storica la si ricopre. Sino a qualche tempo fa, soprattutto con le ideologie. Oggi con il conformismo, i giudizi che volano nella cosiddetta comunicazione sociale, il diffuso impiego della retorica più usurata e talvolta irritante. Un po’ per celia e un po’ seriamente, si potrebbe dire che un tale realismo sia stato favorito e reso inossidabile anche dalla particolare biografia di Guido Vestuti: il nativo disincanto del salernitano si è perfettamente miscelato con il pragmatismo comasco, grazie allo straordinario sodalizio con la moglie Amalia Onnis. Como, per Vestuti, è diventato l’avamposto da cui coltivare una fitta rete di relazioni europee. È anche merito suo se Helmut Kohl venne a Milano per ricevere, con una cerimonia indimenticabile, la laurea honoris causa conferitagli dalla Facoltà di Scienze politiche. Quanto al metodo di insegnamento, più brevemente posso dire che nelle lezioni e nei rapporti con gli studenti ha sempre trasposto due altre sue qualità: la signorilità e lo spirito del genuino liberalismo. Possono entrambe sembrare virtù di un’epoca ormai al crepuscolo. Sono personalmente convinto che l’impararle e il praticarle sia invece il più solido argine contro lo sfarinamento sociale e il deperimento politico da cui rischiamo di essere sommersi».
Una figura di umanista che contempla al tempo stesso teoria e prassi e non rifiuta di prendere posizione senza mai venire meno al rigore.
«Sicuramente. Proprio perché curioso di comprendere la realtà, Vestuti è un lettore avido. Rilegge gli autori classici e legge, selezionandoli con cura, gli studiosi contemporanei, compresi quelli i cui libri vengono sostenuti da un altisonante battage pubblicitario sui giornali. Penso però che la sua domanda fondamentale sia sempre questa: un libro, anche quando sembra descrivere in modo persuasivo la superficie dei fenomeni che ci circondano, è in grado di farci andare oltre la scorza, è capace di farci ragionare sulle più sotterranee tendenze che stanno trasformando l’economia, la politica, la società? Mi permetto un esempio. Se ci fermiamo alle deprimenti rappresentazioni che la politica italiana ha fornito di sé nelle ultime settimane, rischiamo di non accorgerci delle tendenze che possono rapidamente portare a quella che i più attenti commentatori ormai chiamano “crisi di sistema”. Ogni organizzazione storica di poteri, ogni insieme dei rapporti fra cittadini e istituzioni – e questo vale per il sistema politico e partitico italiano, così come vale per l’Unione Europea e per il sistema internazionale – ha un suo ciclo di esistenza. E una crisi, anche quando venga apparentemente superata, può lasciare immutate e magari inasprire le cause che l’hanno determinata. Sono le vere conseguenze di una crisi a dirci se un sistema politico sta declinando. E se il declino è rallentabile e auspicabilmente reversibile, o invece inesorabile. Il rigore del metodo, per uno studioso come Vestuti, serve soprattutto a saper distinguere ciò che è transeunte da ciò che dura, il superficiale dall’essenziale. Anche questo, a guardare bene, è un compito essenziale dell’autentica cultura».
Professore, come stanno cambiando le diverse scienze che studiano la società, l’economia, la politica, e come possono contribuire al grande sforzo di ricostruzione che ci attende a fine pandemia?
«Queste scienze si sono specializzate e reciprocamente autonomizzate lungo tutto il Novecento. Oggi, specializzandosi sempre di più, ingenerano non di rado l’impressione che i vari ambiti di conoscenza siano fra loro slegati, siano cioè dei frammenti o dei tasselli componibili con difficoltà e forse senza un’evidente utilità. A me pare invece che queste scienze, proprio perché sono nate da una fertile stagione della cultura dell’Europa e dell’Occidente, debbano lavorare insieme il più possibile per ridare vitalità a una tale cultura, che spesso sembra purtroppo appagata semplicemente della propria esistenza nel presente. Alla fine della pandemia, ci sarà parecchio da ricostruire. E soprattutto da costruire. Senza una cultura che consapevolmente offra alimento a visioni economiche, politiche e sociali del futuro, temo però che si riuscirà, al più, a costruire traballanti palafitte. Motivo ulteriore, questo, per aspettare con impazienza qualche nuova riflessione di Guido Vestuti».

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