Parlare in pubblico, la sfida della leggerezza

parlare in pubblico

Parlare in pubblico, ossia dire quanto basta, con chiarezza e levità: per molti una condanna, per altri una passeggiata. Una sfida che continua anche nell’epoca della pandemia, che impone dialoghi a distanza tramite computer. Certo, l’impossibilità di organizzare occasioni di incontro con assembramenti pericolosi come mostre, dibattiti e presentazioni come anche concerti e spettacoli salva dalla presenza spesso poco necessaria quando non addirittura ridondante di assessori chiamati a introdurre l’evento con un saluto retorico di circostanza, magari in vece di un’autorità più elevata, entità superflue che spesso si dileguano in tutta fretta accampando concomitanti e inderogabili impegni istituzionali.
Ma anche la dimensione digitale, come si vede specie nello scenario della didattica, richiede di essere all’altezza quando si ha di fronte un pubblico cui rivolgersi con poche o tante parole con pertinenza, empatia e con la necessaria leggerezza di calviniana memoria. Un manuale imprescindibile è Mi è gradita l’occasione. Autobiografia del parlare in pubblico, della studiosa Silvana Borutti edito dalla comasca Ibis di Paolo Veronesi. Avete letto bene, il “parlare in pubblico” si racconta in una autobiografia. Perché l’autrice, cattedratica dell’Università di Pavia, dove ha insegnato Filosofia teoretica, è stata anche assessore alla Cultura di quella città. E qui offre alcuni esempi dei discorsi che hanno costellato la sua vita pubblica: riunioni di lavoro, congressi scientifici, inaugurazioni di festival. Il suo libro è come un coltellino svizzero multifunzione. Dà tutte le dritte essenziali per non sfigurare davanti a una platea ma è anche uno spaccato di storia di un ateneo antico e glorioso come quello pavese. Dove il lettore comasco non deve mancare i ricordi dedicati a figure indimenticabili, come Emilio Gabba, insigne storico dell’antichità e linceo nonché direttore effettivo e poi onorario della rivista “Athenaeum” che si pubblica a Como. E come Maria Corti, semiologa e storica della lingua, creatrice del “fondo manoscritti” letterario dell’ateneo nonché scrittrice di origini intelvesi, morta nel 2002, che riposa a Pellio Intelvi. Commovente il ricordo di Silvana Borutti nell’atto di inaugurare la via dedicata alla Corti nella toponomastica pavese: «Maria, con la sua freschezza e la sua passione, si sarebbe molto divertita all’idea di una strada a lei intitolata. Ma dobbiamo riconoscere che è davvero un omaggio appropriato. “Strada” vuol dire due cose almeno: vie aperte, progetti aperti da realizzare, e incrocio, incontro di temi culturali e di metodologie, proprio quello che lei ha realizzato».

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.