Patteggiano Stefano e Antonio Pennestrì. Quattro anni e mezzo al padre, tre al figlio

Da sinistra, Antonio e Stefano Pennestrì

Antonio e Stefano Pennestrì, padre e figlio, hanno chiesto di patteggiare. L’istanza è stata messa nero su bianco, con un accordo sulla pena raggiunto a 4 anni e 6 mesi per il padre e 3 anni per il figlio.
Nell’istanza è stato inserito anche un risarcimento del danno quantificato in 55mila euro a testa, per un totale dunque di 110mila euro.
Su questo secondo punto, tuttavia, è ancora aperta la valutazione da parte del pubblico ministero titolare del fascicolo, Pasquale Addesso, che dunque non ha ancora dato l’assenso al patteggiamento.
Sarebbero nove i capi di imputazione contestati ai commercialisti, per reati che vanno dalla corruzione alla rivelazione del segreto d’ufficio alla frode fiscale.
La vicenda – nota – è quella che la scorsa estate aveva scosso l’Agenzia delle Entrate di Como e lo studio dei due commercialisti lariani.
Il Nucleo di polizia economico finanziaria della guardia di finanza di Como aveva portato a termine un blitz che aveva suscitato clamore in città e che riguardò un presunto giro di tangenti che ruotavano attorno all’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate di Como, a un funzionario e ai due noti commercialisti della città, Stefano e Antonio Pennestrì, poi portati in carcere.
Serie di arresti che erano stati accompagnati da una lunga fila di perquisizioni in tutta la provincia.
In questi mesi i due Pennestrì hanno risposto alle domande del pubblico ministero in interrogatori fiume che hanno aperto ulteriori e ancora non del tutto noti scenari nella già voluminosa inchiesta.
Ma ora l’indagine della guardia di finanza e della Procura di Como si appresta a chiudere un primo importante passaggio, quello dell’accordo sulla pena – con risarcimento – da parte dei commercialisti che, nelle intercettazioni finite della ordinanza di custodia cautelare, avevano messo in piedi quello che loro stessi definivano il “Sistema Pennestrì”, ovvero la soluzione di problemi legati al fisco (delle aziende clienti dello studio) grazie alla presunta compiacenza dell’ex direttore e al pagamento di tangenti.

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