Personaggi comaschi. Lorenzo Spallino, il ministro galantuomo che ritirò il “Gronchi rosa”

Lorenzo Spallino

Lorenzo Spallino fu uno dei pochi ministri comaschi del Novecento: comasco d’elezione, perché era nato a Cefalù, in provincia di Palermo, il 24 settembre 1897. Convinto e innamorato, però, della città in cui aveva scelto di vivere e da essa ricambiato perché, come ebbe a dire il senatore Giovanni Maria Cornaggia Medici, essa «non l’adottò, ma l’assunse come uno dei suoi figli».
Sul Lario era approdato giovanissimo e nel 1926 era già iscritto al locale Ordine degli Avvocati. Veniva dall’esperienza della Prima guerra mondiale, nella quale aveva combattuto come ufficiale di fanteria. Ferito, era stato decorato al valor militare con la “Croce al Merito”. Fin da ragazzo aveva maturato la passione per la politica. Seguace di don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare, anch’egli siciliano, però di Caltagirone, fu tra gli animatori del giornale “L’Idea”, creato nel 1920 come foglio della sinistra cattolica.
Su quel periodico, dopo l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, rapito e ucciso da membri della polizia politica fascista nel giugno 1924, ma i cui resti furono ritrovati il successivo 16 agosto, Spallino scrisse: «Dopo il 1870 l’Italia non ha avuto per fatti e idee politiche tanti morti quanti in questi ultimi tempi in cui tanto si parla di rigenerazione, grandezza, amore di Patria. Ora la misura è colma. Noi invochiamo pace, giustizia e libertà. Tutte cose che non ci sono neanche apparentemente, perché per avere pace occorre sottomettersi, per avere giustizia occorre passare dall’altra sponda, per avere libertà occorre confrontarsi con i seguaci di Farinacci (segretario del Partito Nazionale Fascista, nda). Non esistono nazionalisti e antinazionalisti. Esistono dei cittadini a cui fu elargita una Costituzione che garantiva loro la libertà di riunione, di opinione, di stampa». Pochi mesi dopo, nel 1925, il regime fascista sospese le pubblicazioni del giornale.
Di che pasta fosse fatto il futuro ministro, tuttavia, fu subito chiaro. E se ciò non bastava, quel giovane di Cefalù era anche iscritto all’Azione Cattolica, al Partito Popolare e divenne avvocato del sindacato delle “Leghe Bianche”. Un pedigree di impegni e di ideali che, dopo l’8 settembre 1943, si completò con l’attività di propaganda antifascista per la quale, nel 1944, Lorenzo Spallino fu deferito al Tribunale speciale militare di Milano e arrestato. Continuò a far parte della Resistenza, divenne membro del Comitato di Liberazione Nazionale, e nel ’45 venne fatto il suo nome per trattare la resa della Questura di Como.
Liberata l’Italia, al II congresso della Democrazia Cristiana, tenuto a Napoli nel 1947, fu nominato consigliere nazionale e iniziò una rapida ascesa politica. L’anno seguente venne eletto senatore nel Collegio di Cantù, carica che gli sarà confermata a suon di voti nel ’53 e nel ’58.
Dal Senato al governo, il passaggio avvenne nel 1957 con l’esecutivo guidato dal cesenate Adone Zoli, di cui Spallino fu sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e sincero ammiratore. Sottosegretario anche al ministero di Grazia e Giustizia nei gabinetti Fanfani (II), Segni (II) e Tambroni, divenne infine ministro delle Poste e Telecomunicazioni nei governi Fanfani III e Fanfani IV.
La morte lo colse all’improvviso, in un tragico incidente, mentre era in carica per la seconda volta da appena tre mesi. Quel giorno, domenica 27 maggio 1962, l’uomo politico era in autostrada, tornava verso casa, a Como, dove abitava con la moglie Linda Fogliano. In mattinata aveva inaugurato un ufficio postale a Turate e la nuova sede dell’Automobile Club a Varese, dove aveva parlato dell’impegno del governo proprio in favore dell’Autolaghi, che doveva essere raddoppiata, anche in funzione del turismo.
Poi era stato a Milano, a casa degli eredi del pittore Mario Sironi, da poco scomparso, per acquistare due oli su tela raffiguranti contrabbandieri. Spallino era grande appassionato d’arte e collezionista e quel tema gli stava particolarmente a cuore.
Alle 18.05, a un chilometro dal casello di Saronno, tra Origgio e Uboldo, la Lancia Flavia blu di cui era alla guida, improvvisamente, sbandò verso sinistra, saltando la corsia. Il conducente, da solo a bordo, fece un disperato tentativo di rientro sulla destra, riuscito però solo in parte a causa dell’asfalto bagnato. A quel punto l’auto si schiantò frontalmente contro una Fiat 1100 che stava terminando un sorpasso. Spallino venne colpito con violenza al petto dal piantone del volante e fu sbalzato dalla vettura. Soccorso da un giovane di passaggio, che l’adagiò sui sedili della sua auto e si avviò di corsa verso l’ospedale di Saronno, il ferito morì durante il trasporto.
Quando, l’indomani, il presidente del Senato Cesare Merzagora prese la parola per commemorare lo scomparso, disse tra l’altro: «Finì solo: non aveva con sé staffette o scorte e neppure quel seguito di ammiratori non disinteressati che sovente accompagnano i nostri personaggi politici nelle loro numerose celebrazioni. Morì raccolto da un umile contadino, e in quell’ultimo abbraccio semplice, povero ma umano, è tutta la sintesi della sua vita».
La moglie e i figli di Spallino, Antonio (olimpionico di scherma, avvocato e futuro sindaco di Como) e Angelo (medico oculista), affranti, allestirono la camera ardente nell’abitazione di via Binda, all’incrocio tra le vie Fiume e Zezio. Davanti alla residenza vigili urbani e poliziotti assicurarono il servizio d’onore.
All’indomani del grave lutto, “l’Unità” titolò: “È morto un galantuomo”. Sullo scrittoio del defunto c’era un libro di Giovanni Spadolini sui cattolici in politica. E nel testamento spirituale era scritto: «Ho cercato nella vita la giustizia: so già di non esserci riuscito, non però per difetto di buona volontà, ma perché le mie deboli forze non sono capaci di tanto. Come senatore, avvocato, uomo di governo, ho fatto tutto il bene che ho potuto».
Tra gli atti del suo ufficio va ricordato l’impegno per limitare l’uso delle armi nella lotta al contrabbando, spesso svolto da povera gente e con finalità di pura sopravvivenza. Quando, nel 1952, gli fu respinta una proposta di legge in tal senso, venne visto piangere. Spallino aveva assistito alla sparatoria contro un’auto che tentava di fuggire a Moltrasio. Da avvocato conosceva tante storie di contrabbandieri. Gli capitava di assumerne la difesa e, se il processo non andava a buon fine, aiutava le famiglie dei condannati inviando loro denaro. Ripropose ogni anno l’iniziativa legislativa. Finalmente, nel 1958, riuscì a vederla approvata. Da allora non si potè più sparare ai contrabbandieri con licenza di uccidere.
L’uomo politico comasco fu relatore di vari altri progetti di legge, uno dei quali relativo all’istituzione del Consiglio Superiore della Magistratura.
Toccò inoltre a lui, da ministro – nella foto durante una visita alla Fiera di Milano – disporre il ritiro del cosiddetto “Gronchi rosa”, il francobollo italiano tuttora più famoso, emesso con un disegno sbagliato il 3 aprile 1961, lunedì di Pasquetta, e a causa del quale si rischiò un incidente diplomatico con il Perù.
Il presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, stava per recarsi in visita di Stato in tre Paesi sudamericani: Argentina, Uruguay e Perù. Per celebrare l’evento era stata autorizzata un’emissione filatelica. Quella per il Perù, da 205 lire, aveva il disegno di un aeroplano nello spazio dell’emisfero e rappresentava in tonalità più scura il nostro Paese e quello latino-americano, la cui sagoma, tuttavia, era sbagliata perché per disegnarla ne era stata usata una del 1939 con il “Triangolo amazzonico”, conteso tra Ecuador e Perù, non ancora assegnato a quest’ultima nazione. L’incaricato d’affari di Lima a Roma scoprì l’errore lo stesso 3 aprile. Contattò il ministro degli Esteri Antonio Segni. Spallino sospese con telegramma urgente la vendita del francobollo e dispose che le direzioni provinciali restituissero tutte le rimanenze e che quelle non distribuite, conservate nel magazzino centrale, fossero distrutte. Poi, il Poligrafico dello Stato fu incaricato di stampare un altro francobollo commemorativo dell’evento, di colore grigio, anziché lilla rosa.
In circolazione rimasero meno di 80mila esemplari di “Gronchi rosa” che, nonostante il giorno di festa, erano stati messi in vendita a beneficio di operatori filatelici e collezionisti. Sempre in tema di francobolli, Spallino tolse di mezzo anche gli annulli speciali, considerati pubblicitari e poco vantaggiosi per le casse postali.
L’esponente democristiano scomparso all’improvviso e prematuramente aveva vissuto in modo sobrio e riservato. Nel poco tempo libero gli piaceva giocare a bocce. Amava leggere i libri dello scrittore cattolico Georges Bernanos. Era lieto di trascorrere qualche giorno di vacanza in Alto Adige.
La sua vera e grande passione era l’arte moderna. Acquistò quadri di Campigli, Carrà, Casorati, De Chirico, Frisia, Guttuso, Manzù, Soffici, Tosi, litografie di Chagall e di Mirò, incisioni di Morandi, una scultura del comasco Francesco Somaini. Il figlio Angelo, nel 2004, prestò per cinque anni alla Pinacoteca di Como la collezione di venticinque capolavori di cui, disse, il padre «fu laborioso e saggio artefice».
Pasquale Valsecchi, segretario provinciale della Dc comasca e consigliere nazionale della Cisl, subentrò in Senato a Lorenzo Spallino. Il presidente del Consiglio dell’epoca, Amintore Fanfani, intervenne a Palazzo Madama ricordando lo scomparso ministro come esempio raro «per le alte virtù spirituali, religiose, morali, umane e civiche, che lo resero sempre particolarmente caro». Il presidente di Palazzo Madama, Cesare Merzagora, parlò del carattere dell’uomo: «Sensibilissimo sino all’ombrosità, nascondeva alle volte la sua intima timidezza con calde esplosioni verbali, che erano un po’ la valvola di sicurezza del temperamento in perenne pressione e dell’animo nel quale il tormento subiva spesso il moltiplicatore della sua non perduta passionalità isolana. La sua amicizia, espansiva e gelosa ad un tempo – concluse – non conosceva dubbi o eclissi, sapeva giustificare e perdonare generosamente, se occorreva, anche l’imperdonabile, ed era intesa da lui come un’intima disciplina, come un rigido dovere».

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