Personaggi comaschi: Michele Moretti, il protagonista della fine di Benito Mussolini

Una scena del film di Carlo Lizzani Mussolini ultimo atto dedicato alla tragica fuga del Duce sul lago

Il destino volle che fosse protagonista della fine di Benito Mussolini.
Le drammatiche vicende da lui vissute in prima persona tra il 27 e il 28 aprile 1945 hanno fatto entrare il suo nome nella storia. Ammirato e temuto, idealizzato e infangato, indagato e assolto, giudicato puro e ambiguo, sincero e mendace, Michele Moretti si è sempre mostrato schivo e scontroso con chi gli chiedeva conto dei fatti di Giulino di Mezzegra. Per mezzo secolo ha preferito il silenzio alle parole, il lavoro e un’esistenza anonima alla ribalta pubblica.
Quando ha accettato di dire la sua, lo ha fatto per smascherare quelle che, secondo lui, erano soltanto volgari falsità.
Se ha portato con sé nella tomba qualche inconfessabile segreto, lo ha fatto ripetendo sempre, fino all’ultimo, la stessa versione. Che, nonostante molti diversi pareri, non lo avrebbe visto premere in prima persona il grilletto contro il duce del fascismo e contro l’amante di questi, Claretta Petacci, ma prestare l’arma, un mitra francese Mas 7,65 lungo, al colonnello “Valerio”, il quale avrebbe eseguito la sentenza.
Tra i tanti che hanno un’opinione diversa, ecco il parere del partigiano comasco, poi giornalista e docente universitario di Storia, Gianfranco Bianchi: «Ho parlato più volte con Michele Moretti nei giorni immediatamente successivi alla fucilazione di Mussolini. Egli mi disse che non bisognava prendere sul serio quello che Valerio aveva scritto. Secondo Moretti, egli stesso, quando si accorse che il mitra di Valerio si era inceppato, azionò il suo e fulminò prima Mussolini e poi la Petacci. Questo racconto non era una confidenza personale, ma di dominio pubblico tra i comandanti partigiani locali». Michele Moretti era nato a Como il 26 marzo 1908. Il padre era un ferroviere di idee socialiste, a causa delle quali nel 1922 fu licenziato. Un episodio che ebbe certamente grande influenza sulla formazione e sulla personalità di Michele. Questi fece la sesta elementare e frequentò poi diversi corsi serali. Il calcio diventò ben presto la sua prima vera passione. Dalla fine degli Anni Venti, sino al 1937, giocò da terzino nell’Esperia e poi nel Como, che all’epoca si chiamava Comense. Doti tecniche e carattere non gli mancavano. Un giorno gli toccò in sorte di disputare una partita amichevole d’allenamento con la Nazionale. Durante l’incontro subì da un giocatore azzurro un duro colpo, che subito restituì. Il mitico Vittorio Pozzo, commissario tecnico dell’Italia campione del mondo nel ’34 e nel ’38, strigliò Moretti, il quale rispose impassibile che le sue spalle valevano quanto quelle degli altri.
Il pallone non gli dava certo da mangiare e Michele, che abitava nel quartiere di Tavernola sopra la cooperativa Gerenzana, lavorava come idraulico alla cartiera Burgo di Maslianico. L’episodio che segnò la svolta decisiva avvenne proprio in fabbrica. In seguito allo sciopero del 3 marzo 1944, l’azienda chiuse un intero reparto e ne licenziò tutti gli operai, eccezion fatta per una quarantina di questi, che dovevano essere trasferiti a Pols, in Austria, in un’altra cartiera del gruppo. Tra loro, anche Michele Moretti, che tuttavia scelse la fuga da Sesto San Giovanni, dove partiva il treno per l’Austria e si rifugiò a Folcino Inferiore, fra Tavernola e Sagnino, in casa del suocero.
Indi prese contatto con i dirigenti comunisti di Como per entrare in clandestinità. La qual cosa avvenne il 24 aprile 1944.
La sera di quel giorno, alle 18, secondo le istruzioni ricevute, si presentò a Como in piazza Cavour. Si piazzò sotto l’orologio dell’Hotel Volta. Quale segno di riconoscimento, aveva in mano un giornale piegato. Con sé portava inoltre una valigia con dentro una coperta e un paio di scarponi. Ben presto fu avvicinato da un giovane di nome Luigi Canali, noto come Capitano Neri. Questi fece salire Moretti su un battello attraccato accanto all’Hotel Suisse. Michele viaggiò nascosto nella stiva e il mattino del giorno seguente raggiunse Bugiallo, sulle montagne sotto il Berlinghera, dove entrò nella lotta armata partigiana con il nome di Pietro Gatti. Era il 25 aprile 1944, esattamente un anno prima della Liberazione.
Nei mesi che seguirono, il gruppo di cui faceva parte “Pietro” si ridusse a una trentina di elementi, per lo più giovani e male equipaggiati. I rastrellamenti di nazisti e fascisti facevano sentire i loro effetti, ma non fiaccavano i partigiani ancora alla macchia e protagonisti di scontri armati, sabotaggi, azioni di disarmo. “Pietro” sfuggì più volte ai nemici in modo rocambolesco. Il suo coraggio e il suo ardimento gli valsero una “taglia” da parte delle autorità fasciste. Il podestà di Domaso, in Alto Lago, su incarico del federale di Como gli chiese poi di rinunciare alla lotta e di consegnarsi assieme ai suoi compagni. In cambio, avrebbe avuto salva la vita. La risposta fu uno sdegnoso rifiuto. Il prestigio di “Pietro” cresceva e il primo gennaio 1945, dopo la morte di Enrico Caronti, gli fu conferito l’incarico ufficiale di Commissario Politico della 52esima Brigata Garibaldi. In questa veste visse gli straordinari eventi della primavera, quando Benito Mussolini e il suo governo, abbandonato il Garda, giunsero a Como provenienti da Milano. Nella prefettura di via Volta del capoluogo lariano trascorsero poche ore della notte tra il 25 e il 26 aprile. Il duce era consapevole che ormai tutto era perduto. A pochi passi da lì era piazza San Fedele, dove da sindacalista, prima della Grande Guerra, aveva tenuto un baldanzoso discorso davanti alla splendida basilica: «Dio non esiste, perché se esistesse mi fulminerebbe davanti alla sua chiesa», aveva detto con veemenza. Di tanta sicumera, quella notte non era rimasto nulla. «Mi darò alla montagna – ripeteva ora ai fedelissimi – Possibile che non si trovino cinquecento uomini pronti a seguirmi?». All’alba del 26 aprile la decisione di muoversi verso Menaggio. Obiettivi, la Valtellina o la vicina Svizzera. Il tentativo di espatrio nella Confederazione, tuttavia, risultò impraticabile. Così, dopo aver raggiunto Grandola, Mussolini e i gerarchi rientrarono a Menaggio da dove mossero in seguito verso la Valtellina, con l’intento di raggiungere poi da lì Merano.
La colonna dei fuggitivi, lunga oltre un chilometro, era formata da più di trenta camion carichi di tedeschi e di fascisti. Giunta a Musso, il mattino del 27 aprile, dovette fermarsi a causa dello sbarramento stradale predisposto nella notte dai partigiani. Due di questi, in due momenti diversi, riconobbero sul terzo camion Benito Mussolini vestito da tedesco. Uno di loro era lo zoccolaio Giuseppe Negri, un ex marinaio che era stato imbarcato sulla vedetta a bordo della quale il duce era stato trasferito da Ponza alla Maddalena dopo il 25 luglio 1943.
Avvenuto l’arresto «in nome del popolo italiano», entrarono in gioco l’astuzia e la determinazione di “Pietro”. Questi, prese tempo con il comando tedesco che chiedeva di proseguire verso la Valtellina. Decisivo risultò lo stratagemma di controllare con mimica plateale una botola al Ponte del Passo, come se questo fosse minato. Non lo era affatto, ma i nazisti si spaventarono e desistettero dal proposito di passare comunque, se necessario anche con un’azione di forza. Lo stesso “Pietro” non riuscì a dissimulare il proprio stupore quando ebbe il primo incontro con il prigioniero Mussolini nel municipio di Dongo: «Come ha fatto a prendere questa strada? Dove avrebbe voluto andare? – chiese – Questo proprio non me lo sarei aspettato!».
Mancavano ormai poco più di ventiquattr’ore al tragico epilogo. Furono ore insonni, intensissime. La notte tra il 27 e il 28 aprile fu particolarmente avventurosa. Dapprima “Pietro” guidò il tentativo di trasferire il duce e Claretta Petacci in una baita sopra San Maurizio, a Brunate. Il viaggio verso Como, sotto la pioggia battente e in slalom tra posti di blocco partigiani che non dovevano riconoscere il personaggio eccellente trasportato, si interruppe a Moltrasio. Il timore di imbattersi negli alleati e di dover cedere loro Mussolini fece invertire la marcia. Dunque, ritorno in Alto Lago, a Bonzanigo, nella casa sicura dei contadini De Maria, dove la coppia di prigionieri avrebbe trascorso la sua ultima notte.
“Pietro”, intanto, tornò a Como a ricevere istruzioni dal Partito Comunista. Quindi rientrò a Dongo. Qui, verso le 15 di sabato 28 aprile, inviati dal Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia, giunsero da Milano Walter Audisio (alias “Colonnello Valerio”) e Aldo Lampredi (nome di battaglia “Guido”). Assieme a “Pietro” requisirono un’automobile e si recarono in casa De Maria, a Bonzanigo, dove prelevarono il duce e la Petacci. La vettura si diresse in discesa verso Giulino di Mezzegra. L’autista fu fatto fermare davanti al cancello di Villa Belmonte. Qui, i due prigionieri furono fatti scendere e posti contro il muro di cinta della villa. Ed ecco, nel racconto di “Pietro”, gli ultimi concitati istanti dell’esecuzione: «Mussolini era esterrefatto (…) Vistisi collocati contro il muro e vedendo “Valerio” che immediatamente si era messo a pronunciare la sentenza di morte “in nome del popolo italiano” dopo aver imbracciato il mitra, si sentirono perduti. A nessuna speranza essi potevano ancora aggrapparsi. Terminata la frase “Valerio” diresse il suo mitra contro Mussolini, premette il grilletto, ma il colpo non partì. Volendo farla finita al più presto per motivi diversi, prese la rivoltella che “Guido” intanto gli aveva porto ma anche da essa non partì il colpo. Furono istanti di eccitazione e di nervosismo cui nessuno si sarebbe potuto sottrarre. Intanto Mussolini e la Petacci rimanevano inerti addossati al muro, ammutoliti dal terrore per quanto stava accadendo. Allora “Valerio” mi chiamò, dicendomi di portargli il mio mitra. Mi affrettai a farlo (…) “Valerio” nervosamente afferrò l’arma, la imbracciò e si girò a sinistra per sparare. La donna che si trovava al fianco sinistro di Mussolini gli si avvicinò di scatto stringendolo e gridando: “Non deve morire!”. Forse credeva di impietosire “Valerio” con il suo gesto, ma egli imperterrito di rimando rispose: “Vuoi morire prima tu?”. Partì subito una raffica, un attimo dopo essi erano a terra, la Petacci era già morta. “Valerio” mi chiese ancora la mia pistola e sparò il colpo di grazia a Mussolini che ancora rantolava».
Durissimo, ancora a distanza di decenni, il giudizio di Michele Moretti sulla fine del duce: «Farfugliava parole senza senso – disse allo scrittore e storico comasco Giorgio Cavalleri – Non è che sia morto molto bene… Non è morto dignitosamente come un uomo dovrebbe morire di fronte al nemico».
Subito dopo questi fatti, Moretti divenne comandante a Como della cosiddetta “Polizia del Popolo”, incaricata di fare epurazioni. Ben presto, però, quest’uomo taciturno e introverso, come lo definirà Giusto Perretta, già presidente dell’Istituto per il Movimento di Liberazione e suo amico, dovette darsi di nuovo alla macchia.
Sospettato di aver messo le mani sull’oro di Dongo, il tesoro che i gerarchi in fuga avevano con sé, contro di lui fu spiccato un mandato di cattura per la sparizione di 33 milioni di lire dell’epoca e dell’oro ritrovato alla foce del Mera. Fuggì in Italia, a Mantova e a Savona, e in Jugoslavia, dove con il nome di “Achille” fece l’idraulico a Lubiana, capoluogo della Slovenia. Nel maggio del 1947, il mandato di arresto fu revocato e Moretti venne assolto in istruttoria da ogni accusa. Dal canto suo, egli si era sempre difeso sostenendo di aver portato a Como i valori sequestrati ai tedeschi per consegnarli al comandante di piazza. In precedenza, l’oro sarebbe stato nascosto in una cascina del Pian di Spagna e poi depositato in banca, a Domaso. Dal momento che se n’erano perse le tracce, ciò diede la stura a ogni illazione.
Michele Moretti era comunque guardato con diffidenza. Rimase disoccupato per due anni. Poi tornò a lavorare alla Cartiera Burgo di Maslianico e, in seguito, alla tintoria Pessina dove rimase fino al 1955, quando fu licenziato. Fece l’idraulico a Blevio, grazie all’interessamento della vedova di Enrico Caronti, e poi in proprio. Aveva il laboratorio nel solaio di casa. La moglie Teresina, sposata nel ’36 e staffetta partigiana, ricordò che un giorno un ispettore della Finanza, dopo una visita in quel modesto locale, non disse nulla e se ne andò. Michele smise di lavorare dopo la morte del figlio, Fiorangelo, scomparso quando non aveva ancora quarant’anni. Mantenne il mito dell’Unione Sovietica, dove si recò assieme alla nuora, Mirella, nella vana speranza di trovare cure adeguate per il nipotino che portava il suo stesso nome.
Lo storico Giorgio Cavalleri ricorda che l’ex capo partigiano continuò a ricevere lettere di minacce fino a metà degli anni Ottanta. «Penso costantemente alla morte anche se non ne ho paura – gli confidò in un bel libro-intervista – Sono solo stanco e non voglio fare fatica a morire. Le mie ossa fanno cric-crac. La memoria se ne sta andando…». Chiuse gli occhi il 5 marzo 1995, una domenica, alla Ca’ d’Industria di Rebbio, dov’era ricoverato. Di lì a poco avrebbe compiuto 87 anni. Al suo funerale, sotto una pioggia battente, davanti al Monumento alla Resistenza Europea si riunirono 150 persone. Sulla bara, garofani rossi. La salma fu cremata.
Prima di morire, nel 1993 Michele Moretti aveva fatto in tempo a ricevere dalle mani del sindaco di Como, Renzo Pigni, tra accese polemiche, l’Abbondino d’Oro, massima onorificenza cittadina.

Nell’immagine, una scena del film di Carlo Lizzani “Mussolini ultimo atto” (1974): Rod Steiger interpreta il duce in fuga sul Lago di Como

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