Picchiata e abusata per anni: condannato il compagno. Il pm: «Chiedeva amore, riceveva botte e violenza»

Tribunale di Como

«Quella che abbiamo di fronte è una storia di disperazione – conclude il pubblico ministero, Massimo Astori – Una storia in cui la vittima, già duramente provata dalla vita, viene circondata da uomini violenti che se ne sono approfittati, anche sessualmente». «Lei credeva in quei rapporti sentimentali, d’amore», ma la risposta sono state solo botte e vessazioni. Che ieri mattina, hanno però portato a una condanna pesantissima per il suo presunto aguzzino.
Il Collegio del Tribunale di Como ha inflitto 7 anni e 6 mesi a un 48enne di Senna Comasco, accusato di violenza sessuale e di maltrattamenti in famiglia.
I fatti contestati risalgono al periodo compreso tra il 2014 e il dicembre del 2015. Una storia barbara, che venne a galla proprio grazie al racconto fatto dalla ragazza, una 30enne dell’Erbese, da tempo vessata ma che si decise a denunciare l’uomo con cui aveva una relazione sentimentale e con cui saltuariamente conviveva. La goccia che fece traboccare il vaso fu la violenza sessuale subita il 24 luglio del 2015.
Il 3 agosto, la ragazza si recò dai carabinieri della stazione di Asso per riferire tutto, dando il via alle indagini che hanno poi condotto il suo uomo prima a essere iscritto sul registro degli indagati, poi in un’aula di tribunale per rispondere alle accuse.
La giovane, 30 anni, ieri non c’era ad ascoltare la lettura della sentenza: all’inizio del 2016 decise di togliersi la vita, un’esistenza sofferta fin dall’inizio con l’abbandono della madre e i problemi di salute del padre. «Pur di sfuggire all’assenza assoluta di alternative esistenziali – aveva scritto il pm Massimo Astori nel chiedere la custodia (lo stesso che ieri aveva invocato 9 anni di pena) – la spingeva periodicamente e di nuovo nelle mani di chi la maltrattava».
Quell’uomo a cui chiedeva amore ma da cui riceveva violenze.
La difesa del 48enne, nella propria arringa, aveva cercato di puntare il dito sull’assenza di prove certe che le lesioni fossero state causate dall’imputato, tranne che in una sola occasione. «Il mio assistito non era il “male minore”, ma l’unico soggetto di sostegno per la ragazza. Non era reclusa, la loro era una frequentazione tranquilla, non era segregata in casa. Non ci sono elementi concreti che ci indichino responsabilità nei maltrattamenti e nelle violenze. Spiace a tutti per il drammatico epilogo di questa storia, ma non ne può rispondere il mio assistito».
Posizione che non ha convinto il Collegio che nel primo pomeriggio ha letto la sentenza di condanna.

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