“Piccolo è bello”, occasione da non perdere

opinioni e commenti di agostino clerici

di Agostino Clerici

A partire dal titolo di un libro di uno scrittore tedesco, negli anni Settanta si diffuse uno slogan: “piccolo è bello”. Dal terreno economico in cui la frase è nata, in opposizione al consumismo imperante in quegli anni, si è passati a un significato più ampio, sociale e filosofico, privilegiando sempre la logica del benessere su quella del consumo. Bisogna riconoscere che lo slogan, anticipatore di certi messaggi ecologisti del nostro secolo, non ha avuto molta fortuna in un mondo che ha cominciato proprio in quegli anni a rincorrere la logica del gigantismo, non solo in economia.

“Piccolo è bello” è il contrario dei raduni oceanici, delle imprese memorabili, del progresso inarrestabile, di quella mania cioè ad essere sempre in tanti e a fare cose strabilianti, sempre nuove. Certo, “piccolo è bello” si presta a una deriva individualista ed è all’origine del teorema della cosiddetta “decrescita felice” che tanto fa discutere. Ma anche i grandi assembramenti tendono a proteggere gli interessi degli individui, mascherandoli con una massificazione ancora più pericolosa e contagiosa.

Ho usato volutamente parole come “assembramento” e “contagioso”, perché la pandemia da Covid-19 ci ha riportato, nostro malgrado, nell’alveo del “piccolo è bello”. Ci ha costretti a rinunciare alla movida e agli assembramenti degli stadi, dei concerti e delle discoteche, e quando, quasi in un moto di ritrovata libertà estiva, i freni inibitori si sono allentati sino a rompersi, il contagio ha ripreso a salire.

Si sa che il confine tra distanziamento sociale e assembramento, se affidato a una misurazione individuale, assomiglia a una molla impazzita: ciascuno si fa i suoi parametri e il controllo diventa impossibile. Per la maggior parte delle persone, insomma, piccolo non è affatto bello, anzi è fastidioso, alla lunga insopportabile. E anche i più responsabili sono già in pista per recuperare in fretta il tempo perduto e non vedono l’ora che ci sia il vaccino per gettarsi alle spalle questo periodo nero.

Insomma, il Covid avrebbe aperto una parentesi in un mondo che andava bene così, e non si vede l’ora che la parentesi si chiuda, per tornare a essere e a fare tutto come prima.

Se questa è la traiettoria ipotizzata, avremo perso un’occasione per umanizzare le nostre relazioni e per reimpostare il nostro paradigma esistenziale. Perché il Covid non è affatto una brutta parentesi, ma «è un tempo che urla e che ci chiede di cambiare» (Derio Olivero). So che molti non sono affatto d’accordo con questa visione, magari perché pressati da difficoltà economiche che vorrebbero veder superate al più presto. A maggior ragione è necessario guardare in faccia la realtà, senza sperare di esorcizzarla come un incidente di percorso da dimenticare. E forse la filosofia di vita ispirata a quello slogan degli anni Settanta – piccolo è bello – può aiutarci a impostare una ripresa che sia più a misura dell’umano, che abbiamo soffocato con ritmi troppo veloci, con stereotipi spersonalizzanti e con una rigida mentalità tutta preoccupata di calcolare il futuro.

Invece, piccolo può essere davvero bello, a patto che la bellezza sia aperta anche all’inaspettato e che il piccolo non sia una meschina introversione su se stessi. Dimensioni da imparare proprio adesso, senza aspettare che la pandemia sia finita.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.