“Polaroid”, ritratto di famiglia con vista sull’inferno

Mio padre è invecchiato bene. Non ha perso i capelli, non ha messo su pancia. Se ne sta lì, tutto impettito, nel giardino di quella che, un tempo, era casa mia.
Ha la pipa in bocca, la barba grigia. Tiene le mani in tasca. Mi guarda negli occhi, senza dire niente. Non so che cosa pensi davvero di me.
La pelle di mia madre è liscia. Sa di sapone di Marsiglia. L’anno scorso, ne ha fatti sessantacinque. È timida, lo è sempre stata. Timida e generosa. La razza peggiore. Indossa gli orecchini di corallo, quelli che le ho regalato ad Alghero.

Il giardino è rigoglioso, mio padre ci sa fare. Dietro le sue spalle vedo zucchine e insalata, più in fondo i peperoni.
Il portico è di mattoni rosa. La tartaruga dev’essere da qualche parte, a caccia di trifogli. La luce piove di taglio da sopra, dentro un primo pomeriggio d’estate. Mio padre mi guarda. Mia madre no. Sono così vicini, adesso.
Vorrei colmare quella distanza, abbracciarli. Dire che gli voglio bene, che mi dispiace. Se solo potessi fermare il tempo e tornare indietro.
Mi guardo intorno, in cerca di mia sorella. Anche a lei vorrei dire che mi dispiace.
Il profumo dell’estate è terra grassa, bagnata. Chiudo gli occhi e lo respiro.
Li riapro. La luce è forte, sbianca un po’. I miei sono ancora lì. Mia sorella invece no. Forse è dietro l’obiettivo, penso. Ripongo la Polaroid tra le pagine del libro. Non guardo la scritta sul retro, perché mi fa sempre piangere. C’è scritto solo «Ti aspettiamo», nella calligrafia ordinata di mia madre.
Fuori dalla finestra, vedo un pezzo di cielo, un pezzo di cartello d’autostrada.
Dentro la mia cella sono le due e mezza di pomeriggio. E il tempo non passa mai.

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