Prima la Svizzera, ora l’Austria. Dalla Carinzia l’ultima sirena per attrarre le imprese comasche

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Il commento amaro di un manager di Grandate

(da.c.) Ha un nome impronunciabile, quantomeno per chi non mastica il tedesco, ma una funzione essenziale: produrre ricchezza.
Fino a giungere dalle nostre parti.
Non sono poche le aziende che si sono viste recapitare una cortese quanto chiarissima lettera-invito (pubblicata in questa pagina in alto a destra) in cui vengono elencati i sei ottimi motivi per i quali scegliere di fare fagotto e di approdare con i propri impianti e le proprie produzioni in terra austriaca.
Una tassazione

del 25% per le imprese, niente Irap, niente (odiatissimi) studi di settore, molte possibilità di detrazione dalle imposte, contributi per gli investimenti, prezzi degli immobili competitivi rispetto al mercato italiano, energia elettrica a un prezzo inferiore del 30%.
Una sorta di “paradiso” in grado di stuzzicare gli appetiti di chiunque.
Secondo gli esperti del settore e le statistiche dei vari istituti di ricerca, la pressione fiscale complessiva in Austria non è particolarmente più bassa che in Italia (al contrario di quanto accade in Svizzera o nella stessa Germania). Il formidabile atout nelle mani dei carinziani è tuttavia la velocità e l’efficienza della burocrazia: la concessione edilizia – si legge nella lettera spedita agli imprenditori italiani – viene rilasciata nel giro di una settimana. Lo stesso tempo che, in Italia, serve per timbrare la pratica e indirizzarla agli uffici competenti.
Secondo i dati della stessa Eka, nel primo decennio del XXI secolo sono state una novantina le aziende italiane che hanno aperto stabilimenti nella regione, un tempo nota soprattutto per le imprese oratorie e politiche del suo discusso governatore, Jörg Haider.
Sicuramente non grandi numeri che sono però via via cresciuti negli ultimi tempi. Lo scorso anno, le richieste in arrivo dalle imprese italiane sono raddoppiate rispetto al 2011. Su 44 progetti di insediamento, 21 sono stati di aziende del Belpaese.
Le sirene di Klagenfurt sono in azione. E colpiscono nel segno. Aurelio Pagani, manager di Grandate e dirigente d’azienda, è uno dei tanti destinatari della lettera di Eka. Il suo commento è spietato.
«Dopo aver letto l’invito mi sono detto: perché una Regione italiana non fa lo stesso con le aziende austriache? Potrebbe scrivere: “Gentile imprenditore, alle piccole e medie imprese molto innovative l’Italia offre: contributi soltanto se non produci e butti la poca produzione che fai; schiere di sindacalisti che dovrete mantenere per decreto e che si metteranno di traverso ogni volta che vorrete premiare la produttività e punire chi rema contro l’azienda; personale vessato e demotivato da un prelievo fiscale in busta paga degno del peggior maoismo; immobili commerciali e industriali con valore di mercato pari allo zero, sui quali dovrete pagare imposte folli; un sistema tributario talmente attraente che dovrete sposarlo, contestualmente divorziare e pagare gli alimenti per l’80% del vostro fatturato; una tassa unica al mondo, l’Irap, che avrete il piacere di pagare in funzione della gioia di avere innumerevoli collaboratori».
Ironia feroce, che non risparmia ovviamente la burocrazie. Pagani parla infatti di «Pratiche iperveloci. I nostri funzionari pubblici appariranno tutti insieme nel giro di 15 giorni contestandovi il colore dell’insegna, la disposizione delle scrivanie in ufficio, la posizione della timbratrice e della bacheca sindacale, i contributi non pagati da un cugino di secondo grado dell’elettricista che ha fatto 15 anni fa i lavori di ristrutturazione del capannone».
Insomma, è del tutto ovvio che ogni confronto, almeno secondo l’opinione del manager comasco, è impossibile. Resta il fatto che dopo la Svizzera, terreno comunque di approdo di molte imprese italiane, anche la Carinzia propone sé stessa quale polo attrattore di aziende sane. Alimentando il rischio di impoverimento ulteriore di un tessuto produttivo che già langue. La Carinzia ha più o meno lo stesso numero di abitanti della provincia di Como (550mila), ma è uno Stato a tutti gli effetti. La sua burocrazia è velocissima, ma può anche contare su risorse proprie che un sistema statale non federale (quello italiano, nella fattispecie) non è minimamente in grado di garantire.
Nella zona industriale di Arnoldstein, la più “insediata” della Carinzia, le insegne di aziende italiane iniziano a diventare molto numerose. Negli ultimi mesi l’interesse delle nostre imprese verso le opportunità di un trasferimento in Austria è cresciuto. Forse anche a causa della crisi e della pressione fiscale ormai insostenibile.
Che sia Klagenfurt o Bellinzona, la logica è sempre la stessa: una fuga per sopravvivere.

Nella foto:
Una veduta dall’alto di Klagenfurt, capitale della Carinzia.

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