Primo e secondo amore, ecco come finirono miseramente

altMemorie lariane
di Renzo Romano

Metà anni Cinquanta. Scoppia la crisi, violenta, dentro di me. Strane voglie mi assalgono. Foruncoli, brufoli, timidi cenni di peluria sulle guance, pruriti mai provati. Le compagne di classe e di giochi suscitano inconfessati turbamenti. Da bambine che erano sono diventate ragazze, donne. È cambiato l’aspetto, le forme sono più dolci, i corpi sinuosi, i movimenti armoniosi. Gli sguardi timidi sono adesso indagatori, sfuggenti, sorridenti, irridenti, freddi, ammiccanti.
Le gonne sono ben

sotto il ginocchio, i vestiti ampi, eppure si avverte quell’esplosione di sensi che le ha trasformate. Ai miei occhi di ex adolescente non possono certo sfuggire quelle “curve” nei posti giusti, ingenuamente o perfidamente esibite dalle ex bambine; curve immaginate, sognate, oggetto di pensieri niente affatto innocenti…
Ehi, calma con la fantasia! Siamo poco oltre la metà degli anni Cinquanta, l’appetito sessuale di un diciassettenne non va oltre il sogno di un bacio. L’amore è una “cotta” che ti lascia senza fiato ogni volta che “la” incontri, ti scombussola la mente, ti disarma, ti rende ridicolo…
Il primo amore, lo dicono tutti, non si scorda mai. Anch’io ho avuto il primo amore. Si chiamava Veronica, come quella dello Jannacci cantore meneghino, quella che “Davi il tuo amore per cifra modica al Carcano (un cinema di Milano, ndr) in pé (in piedi)”, quella che “per noi era l’America di tutta via Canonica”… No, Veronica era “seria”. Faceva la seconda magistrale, abitava a Chiasso, tutti giorni la incontravo sulla filovia, qualche volta riuscivo a sedermi vicino a lei. Lei disinvolta, io imbranatissimo.
Un pomeriggio, l’imprevisto. Si guasta la filovia dalle parti della stazione centrale, si scende tutti, mi trovo casualmente vicino a Veronica. Lei mi guarda fisso e…: «Renzo, la fai una “bigiata” con me? Non ho nessuna voglia di fare il compito in classe di latino!». La proposta mi lascia di sasso. Io non ho mai bigiato la scuola… Il sorriso di Veronica scardina la mia debolissima resistenza. La filovia riparte senza di noi. Dove andiamo? La giornata è bigia, promette pioggia.
La proposta di Veronica: «E se andassimo al cinema?». La scelta è tra “Gioventù bruciata” al Politeama e “La valle dell’Eden” all’Odeon. Il biglietto costa meno al Politeama, vada per James Dean. Naturalmente nei posti meno cari, in quarta galleria… soli, anzi, solo con Veronica di cui sono innamorato cotto. Quante volte l’ho sognato… io e lei soli! Il finimondo. E invece non succede un bel niente. I miei timidi e impacciati approcci vanno miseramente a vuoto. A me di James Dean in Harley Davidson e giubbetto di pelle nera non importa proprio nulla, a Veronica invece sì; a lei non interessa un bel niente di me e dei miei ridicoli approcci amorosi. Le appoggio delicatamente e timidamente la mano sulla spalla e lei decisamente la toglie, le prendo la mano e lei si svincola prontamente, tento di dire qualcosa e lei mi fa: «Sstt! Che non sento niente».
Finisce il film, Veronica sorridente e io ingrugnito, ci avviamo verso la fermata davanti al Collegio Gallio. Veronica: «La filovia, arriva la filovia per Chiasso, dai corriamo se no la perdiamo!». La filovia è piena, perdo di vista Veronica. La rivedo il giorno dopo al solito posto, attorniata dal solito gruppo di ragazzi adoranti. Mi siedo al primo posto che trovo, di fianco al bigliettaio, lontano da lei.
Così è finito il mio primo amore… per lasciare libero il posto per il secondo. Il secondo si chiama Adalgisa. Biondissima, bellissima, dolcissima, sinuosissima… un festival di “issima”.
Un altro amore infelice, però questa volta non per colpa della mia imbranataggine. La colpa è della bicicletta. Io ne ho una da donna, era di mia mamma, una “Legnano”, la marca di Bartali, il mio campione amatissimo nonostante lo strapotere del “campionissimo” Coppi. La mia bici, essendo da donna, non ha la canna. E, ahimè, le ragazze come si conquistano? Invitandole a fare un giro in bicicletta sedute sulla canna. Se una ci sta è fatta. Un giro in bici con una ragazza che struscia ridendo e che ti solletica il viso con i capelli sollevati dal vento è immagine non solo poetica, vera davvero, che coinvolge cuore e sensi.
“No canna, no ragazze”… è la conclusione amara. Adalgisa addio, prima ancora di provarci. In verità, un tentativo l’ho fatto. Ho un cugino, Tino, fa il falegname. Lo convinco a farmi una specie di asse di legno, “assetta” si chiama in gergo, da disporre sulla bicicletta al posto della canna. Armato di bici da donna senza canna, ma con l’assetta, invito Adalgisa a fare un giro in bicicletta. Lei guarda curiosa la mia bicicletta con l’assetta, sorride, si siede appoggiandosi alle mie braccia e sfiorandomi il volto con i capelli. Un colpo di pedali e si parte per il Paradiso…
Pochi metri, una buca nella strada, un sussulto, l’assetta traballa, Adalgisa deve appoggiare i piedi per terra per non cadere… Fine del giretto, e fine anche del secondo amore. Per colpa della mia bicicletta da donna, una “Legnano” come quella di Bartali, ma senza canna.

Nella foto:
Vittorio De Sica e Marisa Merlini in una scena del film “Pane, amore e fantasia” del regista Luigi Comencini. La pellicola andò nelle sale cinematografiche nel 1953. La bicicletta, nell’Italia degli anni ’50, era ancora un modo usato dai giovani per corteggiare e un’occasione di incontro

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