Primo giorno di zona rossa a Como, in centro storico poche attività aperte. Ma il traffico non risparmia la città

Secondo lockdown, negozi, attività commerciali, bar, ristoranti in centro storico a Como. Chi ha chiuso e chi è rimasto aperto.

La “vasca” è la metafora che spesso si utilizza per descrivere le due vie principali del centro storico di Como: l’una dedicata al re dell’Unità d’Italia, Vittorio Emanuele II; l’altra a un pittore rinascimentale, Bernardino Luini, di cui il Duomo cittadino custodisce alcune tele preziose ma il cui capolavoro – una passione e crocifissione di Cristo – è visibile a Lugano, nel tramezzo della piccola chiesa di Santa Maria degli Angioli.
Immergersi nella “vasca” ai tempi del Covid è come fare il bagno senz’acqua. Negozi chiusi, pochissimi passanti, qualche sparuto coraggioso che beve un tristissimo caffè da asporto nel bicchierino di plastica. E i soli verdurai, a due passi da piazza Boldoni, a tenere accesa la luce dell’esistenza in vita del cuore pulsante della città.
Il primo giorno della zona rossa, nella città murata, è più o meno come te lo aspetti. Gli sguardi si incrociano al di sopra delle mascherine, ed è inevitabile chiedersi chi si nasconda sotto il pezzo di stoffa, e perché sia in giro.
Il silenzio si “sente”: nei passi di chi si affretta a tornare a casa, nelle voci dei telefonini, nelle campane delle chiese. Una sensazione già vissuta in primavera, che ora si ripete. Fanno impressione, in piazza Volta, le sedie e i tavolini accatastati negli angoli. Danno chiaro il senso di precarietà che il Covid ha imposto a tutti.
Qualcosa cambia fuori dalla cerchia medievale. Sulle strade le auto sono molto più numerose di quanto si sarebbe potuto immaginare. Lungo i grandi marciapiedi sotto i bastioni, tanti portano a spasso il cane, non mancano le mamme con i bambini piccoli e qualche anziano che passeggia. Non è un vero lockdown. Ad aprile, in giro non c’era un’anima. Soltanto le pattuglie dell’esercito. Ora i soldati in grigioverde sono scomparsi. Non si vedono neppure le altre divise, segno che i controlli sono stati dirottati altrove.
Poche decine di passi ancora, e dal girone si arriva alla tangenziale. Qui il traffico è simile a quello di un giorno normale. Auto, camion, bus. Per essere una zona rossa, è davvero molto frequentata. È normale allora chiedersi se le misure imposte dal governo per limitare le uscite siano state efficaci. I supermercati lavorano a pieno ritmo, l’unica novità è la misurazione della febbre all’ingresso. I parcheggi sono pieni, mentre ad aprile si trovava posto a qualunque ora. Anche qui, la differenza è sostanziale.
Ma le fabbriche e gli uffici sono aperti, non tutti riescono a fare il telelavoro. E le scuole elementari e medie proseguono le lezioni in presenza. Si torna indietro. In piazza San Fedele si può mangiare un panino, in piedi. Il barista ammette che nessuno ha chiamato per ordinare qualcosa a domicilio.
Su qualche vetrina spuntano i cartelli di protesta. «Avete rotto», ed è inutile specificare che cosa. Il negozio di vestiti per bambini è aperto, «ma non è entrato un solo cliente – dice la commessa – domani valuteremo che fare». Costa più alzare la serranda per la gloria che rimanere a casa ad aspettare la fine dell’apocalisse.

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