Processo paratie. Pesanti richieste dell’accusa: 9 anni e mezzo a Gilardoni, 3 ai sindaci Bruni e Lucini
Città, Cronaca

Processo paratie. Pesanti richieste dell’accusa: 9 anni e mezzo a Gilardoni, 3 ai sindaci Bruni e Lucini

«Il pubblico ministero chiede la condanna di tutti gli imputati per i reati ascritti…».
Inizia così, quando sono le 17 e 35 della sera, la richiesta delle pene per i 12 imputati del processo sulle paratie antiesondazione del Lago di Como e a tutta una serie di opere pubbliche e gare di appalto che negli anni scorsi hanno riguardato il capoluogo.
Mentre il pm parla, snocciolando capi di imputazione e calcoli per arrivare a quanto invocato per l’uno e per l’altro, il silenzio cala nell’aula.
Sono trascorse altre sette ore di udienza, dopo quelle della precedente prima parte della requisitoria di due settimane fa.
Le richieste di condanna sono pesantissime, tanto da lasciare a bocca aperta anche chi ha seguito tutte le udienze.
Si procede in ordine alfabetico. Ecco dunque Virgilio Anselmo, il primo della lista, ingegnere di Torino, «un anno e sei mesi», poi Stefano Bruni, ex sindaco di Como, «anni 3 di arresto e 90mila euro di ammenda», Ciro Di Bartolo, funzionario del settore Reti di Palazzo Cernezzi («anni uno e mesi sei»), Antonio Ferro, responsabile unico del procedimento («pena finale di anni 6 ed euro 8 mila di multa»), Giovanni Foti, imprenditore edile («pena di anni 2 e mesi 6 di reclusione»). Arriva il nome di Pietro Gilardoni, dirigente del settore Reti di Palazzo Cernezzi, per cui il pm Pasquale Addesso – con cui non erano mancati, nel corso del processo, accesi scambi di opinione sulle contestazioni avanzate dalla Procura – chiede addirittura «anni 9 e mesi 6 di reclusione».
Per l’altro ex sindaco a processo, Mario Lucini, la richiesta avanzata è quella di «anni 3 di reclusione». Si prosegue con Graziano Maggio, procuratore delegato di Sacaim («anni 2 e mesi 10 con 8.000 euro di multa»), Maria Antonietta Marciano, dirigente dell’area legale del Comune («anni 2 e mesi 6 di reclusione»), Antonella Petrocelli, segretario generale di Palazzo Cernezzi («chiedo la condanna ad anni due e mesi sei di reclusione»).
Per Antonio Viola, dirigente del Comune e direttore dei lavori fino al 2013, «pena finale di anni 6 e 8.000 euro di multa».
Ce n’è anche per l’azienda aggiudicataria dei lavori, la Sacaim, per cui il pm chiede la colpevolezza «per illeciti amministrativi condannandola al pagamento della sanzione pecuniaria di 125 mila euro». In chiusura arriva anche la richiesta «dell’ordine di demolizione per le opere abusive di cui è stato accertato il compimento».
Il pm si siede. Le persone in aula si guardano. Il totale degli anni di pena invocati dalla pubblica accusa supera i 40. E non è finita, perché poi tocca alla parte civile, ovvero allo stesso Comune di Como, formalizzare la richiesta di danni per un totale – in via provvisionale in vista di una futura definizione di fronte ad altro giudice – di 430mila euro, con 50mila euro a testa (sempre di provvisionale) per Bruni, Ferro, Gilardoni, Lucini, Maggio e Viola.
È ormai sera quando il palazzo di giustizia si svuota rinviando tutto e tutti alla prossima udienza, quando la parola passerà alle difese. La giornata – la seconda dedicata alla requisitoria del pm – si era aperta in mattinata con la prosecuzione dell’intervento della pubblica accusa sui 23 capi di imputazione maturati nelle indagini sul cantiere delle paratie antiesondazione di Como.
Indagine in cui erano confluiti presunti reati legati ad altre opere pubbliche nelle piazze cittadine e in Salita Peltrera dove viene contestata la corruzione.
«Il mantra degli imputati nel corso di tutte le udienze è stato sempre lo stesso, “l’abbiamo fatto per finire l’opera” – aveva detto Addesso in precedenza – Ma non può essere questo un alibi. Ci sono le norme che devono essere rispettate e che non aspettano nulla di diverso dall’essere seguite. E dietro le norme c’è la tutela dell’interesse pubblico in quanto salvaguardano la libertà di concorrenza. Se l’errore progettuale supera il 20% non c’è altra via alla risoluzione del contratto e a una nuova gara. Non si può fare un affidamento diretto. E sapete perché? Perché dietro alle varianti, storicamente, si erano nascoste le tangenti. Ecco perché è stato imposto quel limite del 20% che deve essere rispettato. Non è possibile con una variante coprire tutto, non lo prevede la legge ed è fuori dall’ambito del diritto».
E ancora: «Se affermassimo che la norma che impone una gara d’appalto è derogabile perché si ha fretta di concludere un’opera, come nel caso delle paratie, allora potremmo stracciare il codice degli appalti. Ma tutto questo dimostra anche la consapevolezza di questi soggetti che hanno agito. Non ci sono dubbi perché l’hanno fatto, lo dicono loro stessi: “Perché non abbiamo fatto la gara? E se la vinceva un altro?”. Ed è questo che temevano». L’attenzione del pm si era rivolta anche al frazionamento degli incarichi (che l’accusa ha definito «artificioso») per la terza perizia di variante, quella che avrebbe dovuto portare a compimento l’opera.
«Non potevano essere separati gli incarichi. Anac lo aveva detto, la sua valutazione negativa c’era già stata perchè non si possono separare architetture e ingegneria dell’opera come è stato fatto qui. Il frazionamento avrebbe invece avuto tre conseguenze: avrebbe azzerato la concorrenza, avrebbe aumentato i costi per gli incarichi, e soprattutto avrebbe messo in dubbio la paternità della progettazione. Questo ultimo punto è il più grave. Se qualcosa fosse andato storto, chi ne avrebbe risposto?». L’epilogo era stato perentorio: «Il risultato del frazionamento sarebbe stato la messa in esecuzione di un nuovo progetto senza padre, il tutto nell’ambito di un’opera per cui la città aveva già pagato un prezzo caro».
Ore ed ore di requisitoria, terminata alle 17.35 quando il pm ha concluso snocciolando, imputato per imputato, le proprie pesantissime richieste di condanna. Dopo un anno e mezzo di udienze e battaglie in aula, spesso con toni anche molto accesi, si è arrivati al dunque. Ed il conto presentato alle difese è stato salatissimo.

18 ottobre 2018

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Mauro Peverelli mpeverelli@corrierecomo.it


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