Quadri comaschi a Varese: «No allo scippo»

Regione Lombardia

Nove dipinti della prestigiosa “Quadreria” dell’Ospedale Sant’Anna lasceranno Como per Varese. Per la precisione, come si legge nella richiesta alla Soprintendenza di Ats Insubria, finiranno nel padiglione Biffi, da poco ristrutturato e ubicato nell’ex Ospedale Psichiatrico di Varese, sede ritenuta “più idonea a ospitare nove dipinti ora presenti presso la sede direttiva di via Pessina a Como”. Ritratti, paesaggi, soggetti religiosi, sculture: la Quadreria è un patrimonio di 238 opere recuperato in cantine e sotterranei del Sant’Anna. Un tesoro che, grazie a Piercesare Bordoli della Fondazione Comasca, ritrovò splendore dopo un restauro dell’Accademia Galli.
Angelo Orsenigo, consigliere regionale del Pd, in un’interpellanza all’assessore regionale alla Sanità, Giulio Gallera, definisce il trasferimento «uno scippo ingiustificato». I nove dipinti, la cui datazione va dal 1600 al secolo scorso, comprendono, tra gli altri, la seicentesca Famiglia del pittore del Nuvolone, il ritratto del papa comasco Innocenzo XI Odescalchi, quello di Antonio Lucini della Scuola di Appiani, una veduta dell’area del San Martino e il ritratto di Renzo Ferrero commissionato dall’Ospedale Sant’Anna, nel 1948, al comasco Mario Radice, caposcuola dell’astrattismo. «Possibile che nessuna sede a Como possa essere idonea a ospitare queste opere? – si chiede Orsenigo nell’interpellanza – non vi è dubbio che quelle tele sono lariane a tutto titolo».
La notizia registra la profonda amarezza di Roberto Antinozzi, direttore generale dell’azienda ospedaliera Sant’Anna quando fu avviato l’intervento di restauro della Quadreria. «Venti giorni fa la Famiglia Comasca mi ha chiesto se sapevo qualcosa del trasferimento delle opere della Quadreria. A quel che mi risulta, il grosso della Quadreria si trova presso la Fondazione Rusca, in un locale climatizzato preso in affitto a restauro ultimato».
«Quello che più mi amareggia – continua Antinozzi – è che è venuto completamente a mancare lo spirito del restauro che, nella volontà mia e di Piercesare Bordoli, era non solo mettere a nuovo i quadri ma poterli mostrare alla città in occasioni particolari; l’avvento di persone che non conoscono la città, non la vivono e non l’hanno mai vissuta, ha fatto sì che venisse disatteso questo obiettivo. Si tratta di un patrimonio della cultura comasca che non deve muoversi da Como, abbiamo perso l’Archivio dell’Ospedale psichiatrico e così si cancella un altro pezzo di storia. La conservazione della memoria è un discorso bipartisan, che non ha colore politico. Il mondo culturale e sociale di Como deve mobilitarsi».

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