Quando Como era al “centro del mondo”. Storia di uno splendore ormai offuscato

altIl racconto in bianco e nero
Nelle immagini dei libri di Enzo Pifferi i protagonisti che fecero grande Villa Olmo

Mentre il Teatro Sociale di Como ha appena festeggiato in pompa magna il suo bicentenario, Villa Olmo, che 200 anni li ha compiuti un paio di decenni prima, sta ancora aspettando un nuovo abito che la riporti allo splendore dei suoi giorni migliori. Al tempo in cui – ma era il secolo scorso – era protagonista di maestosi eventi.
Le fotografie in bianco e nero che pubblichiamo in queste pagine ritraggono e documentano la vita dello splendido edificio neoclassico a metà del Novecento. E raccontano

una vivacissima realtà che anche molti comaschi hanno ormai dimenticato.
Due pubblicazioni del noto fotografo comasco Enzo Pifferi aiutano a riportare alla memoria un passato che guardiamo oggi con grande nostalgia.
Certo, erano altri tempi. La seconda guerra mondiale era finita da pochi anni, con un epilogo tutto lariano di assoluta drammaticità.
L’Italia tutta viveva un momento di grandi speranze e nuovo vigore. Era autentico il desiderio di ripartire. E per questo si puntava pure sulla valorizzazione della bellezza della nostra cultura architettonica e paesaggista.
Villa Olmo certamente continuava a rappresentare un luogo di grande fascino, dalle enormi potenzialità. Nella prima metà degli Anni ’50 – senza dimenticare che nel 1927 fu sede della sontuosa Esposizione Voltiana, con la costruzione del gigantesco padiglione di legno su viale Cantoni – si svolsero a Villa Olmo la mostra dedicata a Bernardino Luini, gli omaggi a Le Corbusier, Segantini e ad altri pittori contemporanei. Eventi prestigiosi, tutti documentati in maniera inappuntabile nei libri fotografici di Enzo Pifferi, pubblicati qualche anno fa: Il Novecento a Como e Gli anni ‘50 a Como moda e costume.
«Erano anni splendidi – racconta il fotografo lariano – in quei volumi io ho soltanto raccolto materiale diverso con cui si documenta un periodo che vide la nostra splendida dimora settecentesca protagonista di grandi manifestazioni». Non soltanto grandi mostre, ma anche importanti serate musicali; in quegli anni, anche Johnny Dorelli, che era appena rientrato dall’America, fece una delle sue prime esibizioni proprio a Villa Olmo.
«Era un luogo estremamente vitale, e ancora oggi resta una villa importantissima di fronte alla città, su uno specchio d’acqua che ci invidiano in tutto il mondo. Bisogna recuperarlo subito. Sempre in quegli anni – prosegue Pifferi – ricordo anche la bella mostra dedicata ai vestiti degli anni ’30. Insomma, era una location, come si dice oggi, che viveva continue situazioni espositive e significativi momenti di festa. Sarebbe un peccato, dopo che le grandi mostre di Gaddi le avevano restituito parte del suo splendore, perdere l’entusiasmo che si era ricreato intorno a Villa Olmo. Ma il nuovo sindaco – aggiunge Pifferi – non è certo uno sprovveduto e fa bene a puntare sui finanziamenti della Fondazione Cariplo per riportare in auge questa dimora come merita».
Anche a piccoli passi, sostiene sempre Pifferi, senza correre cioè il rischio «di imbarcarsi in imprese titaniche che altrove hanno fatto soltanto disastri. Spero anche che il progetto legato al “Chilometro della Conoscenza” produca presto gli effetti promessi per rivalutare tutta un’area così strategica per quella città turistica che tutti sogniamo da tempo. I visitatori sono cambiati rispetto al secolo scorso, ora sono molti di più e arrivano a Como informatissimi da tutto il mondo, non soltanto in estate. Sono molto esigenti ma per loro la nostra offerta non è aumentata, in certi casi è addirittura diminuita. Io conosco due famiglie di Kiev che vengono qui due volte all’anno affittando tre stanze d’albergo. Una di queste viene utilizzata soltanto per mettere tutte le borse, le scarpe e i vestiti che comprano a Como. Ma non si può vivere di soli acquisti. I turisti di oggi hanno necessità di sentirsi coinvolti dalla città, dalle sue offerte culturali che devono svilupparsi durante tutto l’anno».
Pifferi, chiosa poi così, senza troppi giri di parole, il suo pensiero: «Continuare a non sfruttare le nostre immense risorse, architettoniche e paesaggistiche, sarebbe un autentico delitto, per noi ma soprattutto per le generazioni a venire». Quelle generazioni per cui Villa Olmo non potrà rimanere soltanto una immagine decadente o legata al ricordo di tante belle fotografie d’epoca in cui era ritratto, in tutto il suo splendore, un magnifico esempio dell’architettura neoclassica. Un edificio quasi unico, commissionato dal marchese Innocenzo Odescalchi all’architetto Simone Cantoni, professionista che aveva consolidato una grande esperienza realizzando, tra l’altro, Palazzo Serbelloni, in corso di Porta Venezia a Milano nel 1775 e ristrutturando Palazzo Ducale a Genova.
La speranza è di ritrovare Villa Olmo, nei prossimi decenni, protagonista di nuovi splendidi libri a colori, capaci di proseguire una storia che nessuno ha il diritto di interrompere con progetti sbagliati di recupero. Architettonici o anche semplicemente espositivi.
Le due cose devono andare di pari passo. Questa regina, lo abbiamo già scritto in altri approfondimenti sul tema, merita di avere un vestito adeguato, senza strappi e sgualciture.
Se il Comune riuscisse a ottenere i finanziamenti Cariplo per Villa Olmo – e sono tanti soldi, fino a 7 milioni di euro – sarebbe opportuno scegliere un sarto adeguato che non sbagli, come accaduto altrove, le misure. E in attesa che l’abito venga cucito a dovere, si faccio una sforzo, possibilmente condiviso con tutti gli operatori culturali della città di Como, per riportare subito sotto il mantello provvisorio una nuova mostra capace di unire la giusta richiesta di qualità a quella indispensabile dei numeri, che in casi come questi contano. Eccome se contano.

Maurizio Pratelli

Nella foto:
A sinistra, il Quartetto Cetra insieme con il maestro Gorni Kramer, ospiti di Villa Olmo negli anni Cinquanta del ’900. A destra, il padiglione della grande esposizione voltiana del 1927. Sotto, il premio Nobel Salvatore Quasimodo premiato da Giovanni Botta

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