Quando Giovio lasciò Como per via della peste

Paolo Giovio

Completati gli studi universitari, Paolo Giovio, futuro storico e intellettuale di spicco del XVI secolo, era proiettato verso la carriera di medico. «Ma aveva altre idee» sottolinea nella sua biografia dell’illustre comasco lo studioso americano Thomas Pryce Zimmermann e l’ambizione letteraria fu per lui occasione di svolta. A spingerlo ad abbandonare Como fu anche un’altra circostanza che richiamiamo alla memoria in questo periodo di emergenza sanitaria globale.
Per mitigare l’ansia di questi giorni di attesa con il beneficio della letteratura si è giustamente evocato il racconto manzoniano, si rileggono le pagine del Decamerone del Boccaccio e il romanzo La peste di Albert Camus così come Amore al tempo del colera di Gabriel Garcia Màrquez. Ma non dimentichiamoci che il terribile morbo fu di casa ripetutamente anche a Como, e lo fu proprio quando il giovane Giovio doveva decidere del proprio destino.
Erano anni terribili non solo di pestilenza ma anche di conflitti e saccheggi, in un’Italia martoriata che avrebbe visto vanificato il sogno di armonia che animava gli umanisti. «La peste era un fattore» dice Zimmermann nella decisione gioviana di lasciare Como, nel 1512. Il suo mentore, l’anatomista veronese Marco Antonio della Torre, «era appena morto di quest’ultima nell’estate del 1511 e nel 1512 un nuovo scoppio di epidemia si diffuse in tutta la Lombardia come conseguenza del Sacco francese di Brescia. Giovio non aveva nulla del martire e la prospettiva di perdere la vita assistendo le vittime della pestilenza esercitava su di lui poche attrattive. Era tuttavia un tempo di guerra in Lombardia e Giovio era un amante nato della pace».
Dal 1511 Giulio II si era volto contro la Francia, va ricordato, e stava tentando di cacciare questi suoi alleati di un tempo dall’Italia . «L’esercito della Lega Santa che egli costituì con Venezia, Spagna ed Inghilterra aveva cominciato i suoi attacchi con un assedio di Ferrara. A dispetto di una brillante vittoria a Ravenna nel giorno di Pasqua del 1512 le forze francesi in Italia ebbero un rapido collasso». Dall’inizio di giugno i Francesi avevano perso Pavia e dal 12 giugno erano stati cacciati da Como. Poco tempo dopo abbandonarono anche Milano e nel dicembre un governo sforzesco fu ristabilito sotto l’egida imperiale dal figlio di Ludovico il Moro, Massimiliano.
«Roma non era solo una sede più sicura ma cosa importante per un aspirante storico una collocazione cosmopolita» dice Zimmermann. E Como, aggiunge, «può essere sembrata troppo provinciale per un dottore di nuova laurea i cui studi universitari lo avevano portato lontano da quella sua giovinezza riservata, che cercava rifugio nella campagna dalla società corrotta dei suoi pari».
Fu così che rotti gli indugi Giovio spiccò il volo e partì per Roma.

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