Quando gli scrittori sono ponti: così l’Italia si apre alla Svizzera

Fabiano Alborghetti, foto di Iadina Bischof

«Pubblicare all’estero (in Italia) è da molti autori della Svizzera italiana visto come un segno di aggiunto merito. Talvolta lo è, ma non è questo l’unico metro di giudizio». Parola di Fabiano Alborghetti, poeta e promotore culturale insignito del Premio svizzero di letteratura 2018 nato a Milano nel 1970, che vive e lavora in Ticino e lancia regolarmente progetti di poesia in ambito sociale oltre che culturale.
Presiede la prestigiosa “Casa della Letteratura per la Svizzera italiana” di Lugano con sede a ​Villa Saroli in viale Stefano Franscini, 9.
Fabiano Alborghetti, come vive la letteratura svizzera la presenta in Ticino di molti italiani, residenti e frontalieri?
«Il dialogo crea dialogo: se qualcuno cerca ancora differenze tra quello che vediamo e quello che recepiamo l’invito è a sollecitarci e andare oltre. Nella Svizzera italiana la letteratura della penisola è un riferimento, e questo è indubbio: lingua, maestri passati (o qualche sporadico caso contemporaneo) e un costante rapporto di quotidianità con una diversità a noi così simile da esserci uguale. Ora, quotidianamente siamo soggetti a frizioni (tutta la nostra vita è fatta di frizioni costanti) ma la letteratura -e la cultura- ci nutrono e ci portano verso un altrove che però ci rende molto più saldi e solidi nel presente. Senza questa coscienza da parte di chi fa cultura, senza il rendersi conto che accogliere le arti è promuovere la crescita umana, le arti stenterebbero, l’umanità sarebbe più povera moralmente. La cultura esiste per far crescere il mondo».
È ancora valida la “gita a Chiasso” di arbasiniana memoria che lo scrittore auspicava per svecchiare la cultura italiana?
«Ammetto che il vivace e irriverente j’accuse lanciato da Alberto Arbasino contro il torpore provinciale dei letterati italiani (anche se il periodo è quello tra le “due guerre”) resta ancora di una certa attualità ma c’è anche da premiare quell’editoria che ha guardato a cosa accade “a due ore di bicicletta da Milano”: poeti e scrittori svizzeri approdano sempre più al mercato italiano e i risultati si vedono, complice anche l’eccellenza dei programmi di promozione e sostegno economico attuati da Pro Helvetia (l’equivalente del vostro ministero della Cultura). La letteratura svizzera vive una “new wave” molto solida e altrettanto sorprendente. E popola le classifiche».
La frontiera per un intellettuale Italofono che vive in Svizzera è una ricchezza o un limite?
«È entrambe le cose: c’è il sentimento della presenza, quelle frontiere interne che l’io scrivente varca o contro le quali -più spesso- urta. E c’è la sfida straordinaria dell’avere più ampie prospettive geografico-sociali, i contrasti tra lingua dominante e realtà iper-locale, acronimi, toponimi, o quei segnali lessicali che sono la componente esotica chiamata a farsi quotidiano e luogo frequentato. Il riassunto è un pluri-culturalismo che chiama (e richiama) ulteriori confronti. Nostro maestro indiscusso ne è forse il ticinese Alberto Nessi ma senza dimenticare Fabio Pusterla, o gli Orelli, Giorgio e Giovanni. La frontiera è quel reagente che serve da bussola ideologica per spingersi più lontano».
Come vive uno scrittore in Ticino e in Svizzera?
Convocherei Arbasino per quei molti atteggiamenti da bottegai analfabeti propri dei politici e il ritardo generale di una visione della cultura: è una cosa propria del Ticino, e guardare cosa accade oltre il Gottardo servirebbe molto. Il controcanto è che sia in Ticino che in Svizzera esiste una fluorescenza dalle molteplici qualità: festival di tutte le discipline spesso in dialogo con le varie aree linguistiche e una luminosa varietà nelle proposte. Essere uno scrittore svizzero, ammetto, è straordinario e lo dico da scrittore. C’è un grande rispetto da parte del pubblico verso chi scrive e per le idee che sono espresse, pubblicate.
Novità dalla “Case della letteratura”?
«Abbiamo aperto nel marzo 2019 e da allora c’è stato un costante dialogo tra letterature svizzere e Italia. Il pubblico ha affollato gli incontri con alcuni dei grandi nomi della letteratura (come Paolo Di Stefano del “Corriere della Sera”) mettendole in dialogo morale con scrittori del Ticino. C’è sempre una alchimia molto speciale che si crea, fatta di letteratura alta e vicinanza personale, colloquialità e rigore. Ci siamo imposti come ponte per un dialogo transnazionale. E per questo siamo molto soddisfatti».

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