Quando il rosso era solo Valentino

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di Giorgio Civati


Per molti di noi, a Como e dintorni e per decenni, in tema di colori i più comuni erano il rosso Valentino o magari il grigio Armani. Roba da addetti ai lavori del tessile, anche se lontani, molto lontani da passerelle e sfilate e abiti ma comunque parte integrante e fondamentale di quel gran circo – e grandissimo business – che è la moda. Adesso, però, siamo alle prese con altre tonalità, addirittura nuances e sfumature impensabili: arancione rafforzato, per stare a questi giorni e alle distinzioni in base al rischio Covid.


Ci ritroviamo insomma ancora spiazzati dopo un anno abbondante di pandemia, anche psicologicamente. I rischi ondeggiano ma non calano con decisione, le soluzioni sembrano a portata di mano – leggasi vaccini – ma poi si allontanano, stentano, sbandano. E in tutto questo la voglia di tener duro è sempre meno. Vi ricordate un anno fa di questi tempi? Orgoglio, voglia di reagire, cori dai balconi, bandiere e striscioni e cartelli di incoraggiamento. Ma adesso che di mesi ne sono passati una dozzina, che i morti continuano ad accumularsi, decessi su decessi giorno per giorno, adesso che i soldi di chi ne aveva pochi sono sempre meno, l’atmosfera è decisamente peggiorata.


Ci eravamo illusi, ci hanno probabilmente illusi. Ma la resa dei conti è amara.
Al primo lockdown per esempio abbiamo tutti più o meno obbedito. Per quelli successivi è stato ed è tutto un fiorire di proteste, distinguo, richieste, lamentele. Forse è proprio vero che ci si abitua a tutto, anche alle tragedie che poi se perpetuate nel tempo si trasformano in farsa; di certo c’è che la situazione resta sempre grave e non sappiamo quando se ne uscirà.
Anche la notizia degli oltre 200 miliardi di euro dall’Unione europea non è che abbia sollevato poi tanto il morale. Ha suscitato appetiti e voglie, questo sì, ma per il resto? Ora che il precedente piano di interventi e investimenti sta per essere riscritto in toto, segno che non era dei migliori per usare un eufemismo, Draghi & C. sembrano poter svolgere il compito meglio di Conte e colleghi – non è difficile, vabbè – ma il clima resta comunque per niente entusiasmante.


È che quei 200 miliardi li vediamo lontanissimi, poco più che teorici. Sì, certo, si costruiranno infrastrutture, si migliorerà la rete informatica del Paese, si progetterà il futuro. Ma da qui, Como, profondo Nord, non è che si intravvedano grandi vantaggi. Qui, in questa zona arancione rafforzato che presto forse potrebbe cambiare colore, in meglio o in peggio non si sa, l’economia fatica sempre di più, il turismo continua a perdere stagioni intere, la vita resta in gran parte sospesa.


Ne usciremo migliori, si diceva una decina di mesi fa. Fandonie. Ne usciremo diversi, questo sì, ma non scommetteremmo sul “migliori”. Abbiamo perso socialità e abitudini, una quotidianità fatta di gesti, di incroci, di sguardi che spuntano ancora e sempre dalle mascherine protettive ma non possono che essere meno significativi. Ci sono i morti, c’è la crisi economica. E poi ci siamo tutti noi, che non sappiamo più bene come siamo e nemmeno come saremo.

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