Quanta Brianza nel romanzo dell’architetto

Libri lariani  

Alla seconda opera di narrativa – la prima, il racconto Il museo del lago, ottenne il premio Archè-Anguillara Sabazia – l’architetto erbese Alberto Bosis conferma la capacità di innestare storie inattese sul terreno reale e solido dei luoghi di origine e di vita. Il romanzo Lo sconosciuto, edito da Marna (pp. 87, 10 euro), si apre con scenari di una quotidianità resa convincente dai tratti rapidi, semplici e scarni dei dialoghi, nel viavai di un bar nei pressi della stazione di Ponte

Lambro, paese dove l’autore è cresciuto e vive, lavorando come architetto.
Ma a questo mestiere che lo appassiona Bosis affianca da tempo uno spazio non meno “necessario” dedicato alla scrittura, in cui riversa il piacere della divagazione e dell’ispirazione ai “maestri” per intrecciare realtà e fantasia.
Così, se i luoghi del romanzo sono quelli reali del paese di Ponte Lambro e dell’Erbese, del lago del Segrino e dei sentieri dei Corni di Canzo, se anche i personaggi appaiono da subito famigliari e credibili – a cominciare dalla barista “Giovanna, single quarantenne” che invano tenta di colorare di romanticismo la prosaica realtà, e dalla sua aiutante Francesca, universitaria “più giovane e carina” – la vicenda del romanzo porta, è il caso di dirlo, molto lontano, fino ai confini della realtà conosciuta e attestata dalla scienza ufficiale.
«Non ho mai una trama quando scrivo – racconta Bosis – Parto con un’idea e la storia va dove deve arrivare, senza schemi prestabiliti. Qui da un lato c’è la presenza reale dei luoghi in cui vivo; dall’altro c’è la mia passione per i film, i capolavori del neorealismo ma anche qualche opera di fantascienza, come L’esercito delle dodici scimmie, che mi appassiona particolarmente e che un sottile filo collega alla mia storia, anche se non posso parlare di una vera e propria ispirazione».
Attraverso la misteriosa figura del protagonista – un forestiero che giunge in paese e suscita sempre più domande – l’autore si allontana dal piccolo centro, “termine e inizio” fra le Prealpi e la pianura, per giungere ad una dimensione di relatività spazio-temporale. Riesce nell’intento di sviluppare questa sua invenzione che anche grazie da ad una narrazione piana, un raccontare semplice e pacato che accompagna e quasi attende chi legge, a cominciare dalle chiare descrizioni dei luoghi e della loro collocazione: «Immagino sempre che i miei figli fra qualche anno potranno leggere le mie storie – spiega Bosis – e questo mi spinge alla semplicità di linguaggio, ma anche all’attenzione per le persone semplici e sconfitte, per la fatica quotidiana della gente, rappresentata dalla barista che ogni mattina all’alba alza la sua saracinesca».
Anche questo romanzo, come il libro precedente, prevede la destinazione dei proventi a favore dell’associazione Noivoiloro di Erba, ma Bosis sottolinea il valore personale dell’esperienza dello scrivere: «La passione per la scrittura è innanzitutto un regalo a me stesso. Se anche faccio notte scrivendo, al mattino mi sento riposato».

G. Panz.

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