QUEL CHE RESTA DEL MONDO CHE FU

di DARIO CAMPIONE

Basta illusioni
Pochi giorni fa, intervistato sulle cause della crisi del calcio italiano, il presidente del Cagliari, Massimo Cellino, ha fatto una diagnosi molto cruda.
«Troppe squadre professionistiche, come in nessuna parte del mondo».
Il dirigente sardo se l’è presa in particolare con la vecchia serie C. «Le 90 società di Lega Pro – ha detto – hanno costi elevati con aspettative minime e zero possibilità di rientro economico. Si tratta di un calcio amatoriale travestito da professionismo.

Già la serie B è ridimensionata, ha valori da Prima divisione, il resto dovrebbe diventare dilettantismo».
Considerazioni non del tutto amichevoli, ma in generale condivise dalla quasi totalità degli addetti ai lavori. A partire dal numero uno della stessa Lega Pro, Mario Macalli, il cui progetto ormai noto è di riportare in tre anni la terza serie a 60 squadre.
Poiché questo dimagrimento va fatto senza scontentare nessuno, tipicamente all’italiana, si sta lavorando ai fianchi delle squadre. Favorendone il collasso per consunzione.
Di anno in anno vengono modificati, anzi sarebbe meglio dire duramente inaspriti, gli obblighi finanziari per le società.
L’obiettivo dichiarato è di dare maggiore stabilità all’insieme, ma la realtà è assolutamente diversa.
Si tratta di una lenta, costante, eutanasia. Il dottor morte si aggira tra i campi di mezza Italia. Trascinandosi appresso i resti del calcio che fu.
Quando non sono le fidejussioni elevatissime a far saltare le iscrizioni, ci pensa il blocco dei premi a chi non rispetta il pagamento degli stipendi a mettere in ginocchio le società.
Se i dirigenti della Lega Pro non conoscessero la realtà delle loro associate, si potrebbe parlare di una giusta precauzione. Non è così. La riforma del calcio passa per il taglio dei più deboli. In nome di un sistema i cui difetti nessuno vuole aggredire sul serio.
Uno su tutti: il dividendo dei diritti televisivi. Con le star che pretendono tutto e le piccole piegate a raccogliere le briciole, senza nemmeno troppa dignità.
In questo quadro desolante, ciò che muore per sempre è l’idea del calcio come sport sano.
La competizione diventa una farsa. I valori si cristallizzano. Le grandi sempre più grandi e le piccole sempre più piccole.
La favola del Novara (e prima ancora quella del Como) non illuda nessuno. Si può restare a galla, ma cedendo il passo della vittoria. Sempre e comunque. Questo gigantesco imbroglio distrugge peraltro anche i settori giovanili. Senza soldi, senza sponsor né contributi, nessuno investe più nei ragazzi. Il calcio resta il gioco più bello del mondo. Ma senza alcuna illusione.

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