Rapina a mano armata a Porlezza: «Non sono stato io»

Il tribunale di Como

«Non sono stato io, di quella rapina non ne so nulla». Sarebbe stata questa, parola più parola meno, la risposta data al giudice delle indagini preliminari da parte del 36enne albanese (formalmente residente a Viareggio ma di fatto domiciliato in un campeggio del Porlezzese dove lavorava come operaio) arrestato dai carabinieri della compagnia di Menaggio in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare in carcere.
Secondo la tesi della Procura di Como – pubblico ministero Alessandra Bellù – sarebbe uno dei due malviventi entrati in azione il 7 dicembre del 2019 proprio a Porlezza. Quel giorno, intorno alle 20.30, approfittando della giornata lavorativa ormai conclusa, due uomini si introdussero in una attività di rivendita di prodotti per l’edilizia, la De Maria, legando a una sedia un 88enne presente in casa – dopo averlo colpito con calci e pugni – e minacciando la consorte, 82 anni, per farsi consegnare quanto i coniugi avevano a disposizione. Il bottino non fu clamoroso, appena 750 euro, ma l’aggressione fu brutale. I rapinatori, descritti come uno alto e magro e l’altro come basso e robusto, avevano il volto coperto dal passamontagna e i guanti.
A incastrare il 36enne sarebbe stata una traccia del Dna trovata sul nastro adesivo utilizzato per legare e tappare la bocca all’88enne.
L’arrestato, assistito dall’avvocato Nuccia Quattrone, avrebbe però negato ogni contestazione, dicendo di non essere lui uno dei rapinatori e di non sapere cosa ci facesse il suo Dna su quel nastro adesivo. La difesa ha anche presentato una istanza per chiedere i domiciliati che tuttavia non è stata accolta.

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