Referendum sulla vendita di armi in Svizzera

Mitragliatori in un'armeria di Zurigo

Soltanto pochi anni fa, nel 2012, il pentito Giuseppe Di Bella – nella testimonianza raccolta da Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli (e pubblicata sulle pagine di Metastasi) – ricostruiva trent’anni di lavoro sporco al servizio del boss della ’ndrangheta lecchese Franco Coco Trovato. E si dilungava sulle trasferte a Zurigo, dove grazie a un armiere compiacente riusciva a comprare i «pezzi» dell’arsenale della ’ndrina della città manzoniana.

Un mercato, quelle clandestino delle armi, che non si è mai fermato. Un’indagine di qualche tempo fa della Dda di Milano ha svelato come la guerra interna alle cosche di ’ndrangheta, e in particolare quella tra il clan Ferrazzo di Mesoraca e un gruppo di spietati scissionisti, fosse alimentato da pistole, fucili e mitra che arrivavano proprio dal Canton Ticino.

Se nel riciclaggio di denaro sporco, per decenni, la Svizzera ha lavato più bianco (per parafrasare il titolo di un libro diventato storia), nella compravendita delle armi la Confederazione ha spesso giocato un ruolo di protagonista. Non sempre in positivo.

La decisione del governo di Berna di trasporre nel corpus legislativo rossocrociato la direttiva Ue sulle armi è stata un gigantesco passo avanti. Messo però in discussione dalla lobby dei cacciatori e dalle destre sovraniste, Udc e Lega dei Ticinesi, che contro questa scelta hanno proposto il referendum.

«La posta in gioco è altissima – dice oggi Paolo Bernasconi, avvocato e professore di diritto nelle Università di Zurigo e San Gallo, un passato di procuratore capo a Lugano dal 1971 al 1986 – da anni i mafiosi confessano di comprare in Svizzera i fucili semiautomatici e i mitragliatori come fossero caramelle».

Nel momento in cui la Confederazione vieta finalmente la libera vendita di mitra e Kalashnikov, dice Bernasconi, «democentristi e leghisti cavalcano la questione della sovranità. Gli anti-europeisti usano questa occasione ancora una volta contro l’Ue. È chiaramente un pretesto. I cacciatori che si dicono contrari alla legge non possono certo sparare con un mitra alle quaglie, né i tiratori che si esercitano al poligono possono tirare al bersaglio con un Ak 47: lo polverizzerebbero».

La nuova legge, però, sarebbe utilissima per contenere gli arsenali delle mafie, soprattutto quelle italiane. «Quando ero procuratore scoprimmo che la camorra si serviva nei negozi svizzeri. Oggi come allora, è cambiato poco».

E non è vero, conclude Bernasconi, che «in Svizzera non succede nulla. L’anno scorso, a Bellinzona, uno studente è stato fermato dalla polizia prima che facesse una carneficina nella sua scuola. In casa aveva un Kalashnikov e 14 fucili automatici. Molti si sono dimenticati i 15 morti della strage di Zugo, nel 2001, o i 6 morti per mano di Erminio Criscione, a Rivera, nel marzo del 1992».

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