Renzo Ferrari, diario di un pittore nell’era del virus

Un'opera di Renzo Ferrari che appartiene alla serie “Corona diary”

Skira pubblica il catalogo della mostra luganese tenuta lo scorso anno

Incubi più veri del vero, persone costrette a lasciare i luoghi di origine per bussare alle porte della ricca Europa. E il vecchio continente nella morsa di un morbo nuovo, ignoto, pervasivo, che fa riemergere ataviche paure (la peste di manzoniana memoria ma anche la più recente spagnola), trasforma la quotidianità in una piaga grottesca dai colori accesi, nel rosso, nel giallo, nel blu elettrico. Una tavolozza intinta nella cronaca. «Nell’emergenza pandemica coatta (lockdown) o come dicono a Milano “tüt seraa” ho voluto convertire per immaginazioni iconografiche quanto ci assaliva, sempre per immagini, dai media con drammatiche e continue informazioni».
E così il pittore elvetico Renzo Ferrari, classe 1939, titolare di questa dichiarazione di poetica, ha raccontato per immagini il periodo di forzata reclusione conseguente al diffondersi della pandemia quale fenomeno globale.
Ne è nato prima un video presentato a “Poestate” e dopo è venuta una mostra tra settembre e ottobre scorsi alla galleria “La Colomba” di Viganello, presso Lugano, documentata anche da un bel catalogo edito da Skira dal titolo Corona diary opere 2020 che è da conservare a futura memoria quale preziosa testimonianza del lavoro di un artista alle prese con un evento che ha cambiato la faccia del mondo. In tutto una sessantina di opere dai piccoli ai grandi formati, realizzate ad olio, acrilico e acquarello. Il bel catalogo è accompagnato da riflessioni di Melina Scalise, Sergio Roic (tra l’altro autorevole firma del “Corriere del Ticino” oltre che scrittore in proprio) e Luca Pietro Nicoletti. Le opere di Renzo Ferrari figurano in raccolte pubbliche (Civica Raccolta Bertarelli e Museo della Permanente di Milano; Museo Civico di Belle Arti e Museo Cantonale d’Arte di Lugano; Civica Galleria d’Arte Villa dei Cedri di Bellinzona; Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma) e in collezioni private.

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