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Resilienza “titanica” per le prove d’autunno

di Lorenzo Morandotti

Ci aspetta un autunno di incertezza, legati al filo della pandemia e della conseguente crisi economica. Come uscirne? Tante utili lezioni possono venirci dal passato. Esempi di abnegazione, sacrificio, e anche capacità di resistenza di fronte alle avversità, grandi e piccole, che la vita pone sul nostro cammino. Ecco un esempio.

Prima che, nel 1927, Varese diventasse provincia a sé, diversi paesi del Varesotto erano sotto la giurisdizione della provincia di Como. Veniva ad esempio da Arcisate ed era quindi comasco Emilio Portaluppi, che sopravvisse al naufragio del Titanic nel 1912. Gli ha dedicato un libro dal titolo  Il picasass sopravvissuto al Titanic lo storico varesino Claudio Bossi, tra i massimi esperti del transatlantico in Italia e spesso ospite di “Angoli” su Espansione Tv.

Pubblicato da Macchione, il libro racconta l’epopea di questo scultore di professione nato nel 1881. Era partito per Barre, Vermont, capitale mondiale del granito, nel 1903. Si fece strada alla Tonella & Sons Granite and Manufacturing Company, azienda specializzata in monumenti funerari e in pavimentazioni e opere in pietra.

Negli Usa Portaluppi si sposò con la concittadina Caterina Pelegatta, dalla quale ebbe una figlia, Ines, che ai tempi dell’uscita del film kolossal  di James Cameron con DiCaprio e la Winslet intervistammo sul “Corriere di Como”. Poi si separò nel 1910. Madre e figlia tornarono in Italia. Nell’autunno 1911, Portaluppi fece un viaggio in Italia allo scopo di rivedere la famiglia.

Nella primavera del 1912, decise di tornare in America. Sul Titanic. E si salvò.  Portaluppi asserì di essere caduto accidentalmente in mare e di avere nuotato per almeno due ore prima di essere ripescato da una scialuppa, la numero 14.

La figlia Ines riferì al “Corriere di Como” – in una intervista in cui rievocò quelle ore drammatiche così come gliele aveva riportate il padre – che il babbo si era salvato aggrappandosi a un pezzo di ghiaccio. Di sicuro, Portaluppi fu salvato dalla nave Carpathia. E non riportò stress da naufragio permanenti: tanto che nel 1914 riprese il mare per tornare in Italia, dove combatté nella prima guerra mondiale nell’esercito italiano.

Per 15 anni passò sei mesi l’anno ad Alassio, dove tutti lo riconoscevano perché era l’ultimo italiano in vita tra i superstiti del Titanic. Anzi ogni 15 aprile Portaluppi celebrava, al ristorante, il suo «secondo compleanno», con una pasta ai frutti di mare piuttosto ricca, intitolata “Spaghetti alla Titanic”. “Vivere per raccontarla”, direbbe Gabriel García Márquez.

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