Ricordo di Luigi Carluccio, il giovane martire della “notte dei fuochi”

Luigi Carluccio

Luigi Carluccio chiese una sigaretta al collega che gli stava accanto. La fumò. Poi disse a tutti di allontanarsi. Rimasero soli, lui e la bomba che non era esplosa per un guasto al meccanismo. Quella stessa notte, in centro Como, l’artificiere aveva già disinnescato un ordigno in via Vittani. Con competenza e freddezza aveva scongiurato il peggio dieci secondi prima che avvenisse la deflagrazione.
Stavolta non andò così. Forse scattò il timer, forse un maledetto errore, e quel giovane brigadiere della polizia di Stato, accorso in città da Milano, subì il devastante effetto dello scoppio. Chi era lì non può cancellare dalla mente quella scena: la rudimentale, ma micidiale miscela di zucchero e diserbante investì in pieno Carluccio che si accasciò contro il muro, quasi seduto, con la parte destra del corpo sventrata.
La tragedia si consumò alle 3.15 del 15 luglio 1981, in viale Lecco, angolo via Sacco, davanti alla macelleria “Simonetta”, dove oggi c’è una gelateria-pasticceria.
Como era nel pieno della sua “notte dei fuochi”, una serie di attentati dinamitardi, otto in tutto, in diversi punti del capoluogo lariano, fuori da altrettanti negozi. La città visse in quelle ore il suo culmine degli anni di piombo che scuotevano tutta l’Italia. Ha scritto il giornalista Angelo Curtoni, ripensando a quella notte: “(…) Quando quella strana commedia rumorosa si trasformò in tragedia perché, per un difetto di fabbricazione, una bomba scoppiò tra le mani dell’artificiere Carluccio, la città restò stupita e attonita prima che spaventata. Non ci poteva credere. Non che non fosse abituata al sangue versato, ma era sempre successo lontano e comunque non qui, sul lastricato delle sue strade”.
Il primo botto era avvenuto in via Cadorna. Una telefonata dal centralino della Questura, avvisò l’allora capo della squadra mobile, Pericle Bergamo: «Sta scoppiando Como». Il dirigente di polizia accorse: «In piazza Duomo la gente era sconcertata, non si capiva nulla – ricorda – Sentivamo solo le esplosioni. Carluccio l’ho visto morire davanti ai miei occhi».
I botti si succedevano lugubri e sinistri, attirando l’attenzione del consiglio comunale ancora riunito a tarda ora.
In piazza San Fedele fu trovato un volantino di rivendicazione firmato dalle Brigate operaie per il comunismo, una sigla sconosciuta, dietro la quale non si è mai saputo chi si nascondesse.
Luigi Carluccio, la vittima di quella follia, aveva 28 anni, una moglie e un figlio di appena otto mesi. Era nato a Scorrano, in provincia di Lecce, il 27 febbraio 1953. Poco dopo quella terribile notte sarebbe stato avvicinato a casa e alla famiglia: aveva appena ottenuto il trasferimento a Lecce.
Maria Rosaria Maruccio, la vedova, rivive quell’incubo: «(…) Venne mia madre a casa, dove io ero con mio figlio Alessandro. Mi disse di andare da mia suocera perché era successo un incidente a mio marito. Andai e vidi tantissima gente: capii immediatamente che era successo qualcosa di terribile».
Carluccio aveva tenuto all’oscuro i familiari del suo specifico compito di artificiere. Non voleva che si preoccupassero troppo.
I suoi poveri resti furono composti in una camera ardente improvvisata nella Questura di Como. Il corteo funebre, nel giorno dell’addio, partì da lì; dopo viale Roosevelt imboccò via Italia Libera e raggiunse la basilica del Crocifisso tra due ali di folla commossa. La bara era portata a spalla da sei agenti. Dietro i familiari. Poi i gonfaloni di Comune e Provincia, quattordici corone di fiori, tra cui quelle del capo dello Stato, Sandro Pertini, e del ministro dell’Interno dell’epoca, Virginio Rognoni. Il rito fu celebrato dal vescovo di Como, Teresio Ferraroni, che tenne anche l’omelia. Poi la bara partì per Scorrano, dove Carluccio è seppellito.
La vedova, una donna molto religiosa e di fede, ha scritto in una lettera al “Corriere di Como”: «(…) Non era un sogno quella bara ricoperta dalla bandiera tricolore, non era un sogno quella lugubre camera ardente, non era un sogno quella marea di gente di cui non ricordo un volto. (…) Ricordo che quando andai per sollevare la bandiera una voce mi sussurrò: “Lasci stare signora, se lo ricordi com’era”. Un attimo di indecisione e la lasciai andare. (…) Ho voluto tenere vivo nei miei occhi il ricordo di quel volto sorridente che qualche giorno prima mi aveva salutato con un arrivederci. Un volto dall’espressione dolce, un sorriso luminoso, due occhi colmi d’amore. (…) In quella bara, insieme con Luigi, c’era un pezzo importante della mia vita, dei miei ventidue anni segnati da un dolore così grande». E poi: «Non porto odio per coloro che mi hanno fatto del male, a che serve odiare, sarei uguale a loro, l’odio è un sentimento che non conosco, non posso augurare il male a chi mi ha fatto male, io auguro loro il bene, perché il male già lo vivono». Una lezione morale, quella di Maria Rosaria, di straordinaria forza.
A trent’anni di distanza dalla tragica “notte dei fuochi”, in un’intervista, anche Alessandro Carluccio, il figlio che non ha conosciuto suo padre, ha detto la sua: «Io sono cresciuto con il padre che non avevo, anche se questo può sembrare un paradosso. Lo conoscevo per via di una fotografia. Ho avuto coscienza di lui attraverso le lettere che scriveva a mia madre. Scriveva poesie. Aveva un diario sul quale, due giorni prima di morire, scrisse una poesia intitolata “L’uomo e la morte”. Attraverso tutto questo capii chi era il padre che non avevo conosciuto». Alessandro ha voluto seguire le orme di Luigi. Lavora nella polizia di Stato, squadra anticrimine. «Mia mamma – dice – era fortemente contraria. Quando ho finito il corso e mi ha visto con la pistola si è messa a piangere. Ma io volevo entrare nella polizia fin da piccolo. Per me questo non è un lavoro, ma fare del bene alla gente. È una passione; una vocazione. Così facendo, è come se stessi vicino a mio padre».
A Como, sul luogo dello scoppio, una targa ricorda: “In memoria di Luigi Carluccio, brigadiere di Ps, artificiere per generosa scelta immolatosi per impedire il sinistro proposito di insanguinare la città. L’amministrazione comunale riconoscente”. In via Volta, nel centro storico, gli è intitolata una scuola materna; nel quartiere di Albate una via. Ogni anno, il 15 luglio, autorità civili e militari e semplici cittadini formano un corteo che si conclude con la deposizione di una corona in viale Lecco. Maria Rosaria ringrazia con lo stupore delle persone semplici: «Vivo in Puglia, ma ogni volta che torno a Como mi sento a casa. L’affetto dei comaschi mi ha sempre meravigliato. È come se la vostra città mi avesse adottato».
Il 9 maggio 2010 la presidenza della Repubblica le ha consegnato una medaglia d’oro nella Giornata dedicata alla memoria delle vittime del terrorismo, istituita nel 2007.
Luigi Carluccio non c’è più. Resta il suo sacrificio. Restano, in qualche luogo del nostro Paese, coloro che, piazzando quelle bombe, ne hanno decretato la morte. Per loro un messaggio da Alessandro, il figlio dell’artificiere dilaniato dall’ordigno: «A quelli che hanno ucciso mio padre vorrei chiedere se hanno risolto qualcosa. E se, magari, per il fatto di non essere mai stati scoperti, adesso conducono una vita da persone perbene, forse altolocate… Vorrei sapere come fanno a vivere con quel rimorso, se ce l’hanno. Spero soltanto che abbiano cervello e che capiscano il danno arrecato non solo a mio padre, ma a tante vittime del terrorismo».

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.