Rimborsi ai risparmiatori, proteste per i moduli online. Per gli ex azionisti di Banca Etruria impossibile compilare le domande

L'insegna della Banca Etruria

Maledetta burocrazia. In piena forma anche nel mondo digitale.

Dopo mesi di attesa, lunghissime battaglie a metà tra istituzioni politiche e palazzi giudiziari, i risparmiatori vittime del crac delle banche finite gambe all’aria negli anni scorsi pensavano di poter finalmente tirare un sospiro di sollievo.

L’approvazione del decreto rimborsi aveva infatti, qualche settimana fa, dato il via alla procedura per le richieste di rimborso. Un iter complicato, per il quale sono stati necessari tre decreti attuativi. E che adesso si rivela alla stregua di un ottomila da scalare a mani nude e con i pantaloncini e le ciabatte.

Il grido d’allarme – che è, insieme, un grido di dolore e forse anche di stupore – è fatto proprio anche dal consulente finanziario indipendente di Como Franco Spallino, che dopo aver presentato alcuni esposti alle Procure di Milano e di Arezzo era stato due anni fa sentito a Roma pure dalla commissione parlamentare d’inchiesta a proposito del caso Etruria e aveva dopo partecipato alla cabina di regia che ha lavorato con il governo alla stesura della legge sui rimborsi.

«Il questionario pubblicato sul sito della Consap cui i risparmiatori truffati devono rispondere online – dice Spallino – è impossibile da compilare per intero, così come viene richiesto. Nel caso di un azionista Etruria, ad esempio, i punti dubbi sono moltissimi».

Spallino ne elenca alcuni. «Viene chiesto il nome dell’attuale istituto depositante dei titoli, ma le azioni della vecchia Etruria sono state cancellate dai dossier titoli su richiesta del liquidatore nel maggio 2017. Nelle discussioni con il governo avevamo fatto presente questo dato, tanto è vero che venne eliminato in un primo momento l’obbligo di detenere i titoli al momento della richiesta di indennizzo. Ora, non si capisce bene perché, questa condizione è stata nuovamente inserita».

Un altro punto dubbio evidenziato dal consulente comasco riguarda l’indicazione della data d’acquisto dei titoli: «Molti hanno comprato più volte: quale data va messa?». E ancora: «A che cosa si riferisce la “quantità residua”?». Stesso ragionamento vale per la richiesta «di indicare il valore nominale residuo: un risparmiatore con cultura finanziaria media – si chiede Spallino – è in grado di capire quale sarebbe quello di un’azione prima quotata, poi tolta dalla Borsa, poi azzerata nel novembre 2015 e infine tolta dai dossier titoli su richiesta del liquidatore?».

Per non parlare poi del valore del metodo di quantificazione della “consistenza del patrimonio mobiliare del risparmiatore”.

Dubbi. Uno sull’altro. Senza contare che «dover obbligatoriamente compilare la richiesta soltanto in via telematica non aiuta le persone che non hanno dimestichezza con il computer. Così come non aiuta il fatto che le banche, in più casi, non stanno fornendo ai clienti la documentazione necessaria da inserire nella domanda, o la forniscono incompleta».

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