Ristoratori, l’attesa si fa pesante. Uno su due non potrà riaprire

Ristoratori e Fase 2

Uno su due ha già detto che non ci sono le condizioni per riaprire. Attesa e studio, questo è il sentimento più forte tra gli imprenditori che dovrebbero essere interessati direttamente dalla seconda apertura della Fase 2, in particolare i ristoratori.
«Stiamo studiando le proposte e verificando le 416 pagine dei documenti – dice Giovanni Ciceri, presidente di Confcommercio Como – Il 19 probabilmente si apre, ma non si capisce ancora bene come. Che la Regione ci dia indicazioni precise, soprattutto per chi è a contatto con i clienti, come la ristorazione. Sembra che domani (oggi, ndr) arriveranno le direttive. Se dovessero essere confermati dei protocolli che non ci consentono di lavorare, non subiremo certo anche questa ulteriore mancanza di sensibilità verso la categoria».
«Linee guida Inail-Iss per ristoratori insostenibili» per il funzionario di Cna Enzo Fantinato, da sempre impegnato nel settore del food.
«L’ultima ordinanza della Regione scarica poi tutto sugli imprenditori. Come è possibile pensare che possano riaprire? Qui non si tratta dei 2 metri o dei 4 metri, ma l’imprenditore che segue le disposizioni va deresponsabilizzato. Poi le direttive sanitarie dovrebbero essere nazionali, invece ogni Regione, ogni Comune può applicare ordinanze. Serve chiarezza, altrimenti, davvero, qui non riapre più nessuno».
Fantinato evidenzia anche la confusione riguardo le operazioni di sanificazione.
«Da giorni è un proliferare di stregoni dell’ozono – dice – ma per alcune attività l’ozono può anche essere dannoso. Le linee guida vanno stabilite anche con le categorie, invece lo fa chi non è mai entrato in una cucina di un ristorante. Il settore ha già prescrizioni rigidissime con l’Haccp quotidiano. I ristoranti sono chiusi da tre mesi, ma con le regole che sono state annunciate più del 60% delle attività non potrà riaprire».
«Mio cognato lavora in Svizzera. Il locale faceva 100 coperti, ora la capienza massima è di 20 – spiega Massimiliano Tansini, presidente dell’Associazione Cuochi Como – Hanno aperto, il primo giorno c’erano sei clienti. Ma le regole sono state subito chiare, ovvero: distanza, rilevamento della temperatura in entrata, sanificatori e checklist dei clienti. Qui da noi manca ancora chiarezza. C’è chi ha già fatto investimenti sulle barriere di plexiglass, che in Svizzera non sono obbligatorie, ad esempio».
Il presidente dei cuochi comaschi è in contatto costante con i suoi colleghi.
«È un momento drammatico – dice – il nostro lavoro è anche fare cultura e ricerca con i piatti. Il ristorante è convivialità, è spiegare un tagliere di salumi. Sul territorio abbiamo strutture nuove, ma soprattutto tanti locali storici, già in deroga, dove si fa la cucina di tradizione. Come è possibile pensare di applicare ovunque le stesse regole?» .
Tansini spiega le difficoltà relative al sostegno economico. «C’è chi ha questioni con le banche. Chi ha dipendenti che non hanno ancora ricevuto nulla della cassa integrazione. Se devo parlare da imprenditore, alla mia trattoria aspetteremo. Abbiamo fatto le misure, dovremmo ridurre i coperti da 65 a una ventina. Vorrei capire anche quante persone oggi vorrebbero sedersi in un ristorante. Poi si parla di prolungare gli orari, di turni, di App per ordinare prima di sedersi. Va tutto bene. Oggi però verrebbe a mancare proprio il cliente».

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