Albertina Nessi ricorda il mitico chef “Cotoletta”

Locanda dell'Isola Comacina

Albertina Nessi, figlia di Lino, nato nel 1908, che fu lo chef della Locanda dell’Isola noto come “Cotoletta”, ha scritto un libro utile per capire l’humus culturale del territorio, L’isola che c’era (pp. 255, 12 euro). Illustra la vita di una figura ormai mitica del Lario, appunto il padre di Albertina. Morto nel ’91, conquistò al locale dell’unica isola del Lario una stella Michelin con i suoi originali piatti. Su tutti il menù completo con primizie del lago: «Antipasto all’isolana, pesce alla contrabbandiera, rottami di pollo in padella, grana all’escavadora, arance alla castellana».
Ma, soprattutto, Lino seppe far rivivere l’isola. «Ai tempi di papà le acque del lago erano più limpide e trasparenti» ha ricordato in una intervista al “Corriere di Como” Albertina, che nel libro scrive in prima persona ma alterna anche come voci narranti quella del padre e quella dello stesso Lario che ne ha vissuto le gesta culinarie e culturali. La famiglia del “Cuteleta” ebbe modo di soggiornare, sull’isola, in una delle case razionaliste dell’architetto Lingeri. E ospitò alla locanda illustri ospiti come l’attore Gregory Peck e il nostro Ugo Tognazzi. Tra le pagine del “libro degli ospiti” spiccano le firme di Cary Grant, Anne Baxter, Jeanne Moreau, e poi politici: Nenni, Craxi, Adenauer. E autografi del regista Alfred Hitchcock, che alla locanda scattò una celebre foto a un cameriere regalando poi uno dei primi modelli di Polaroid proprio allo chef, in segno di ringraziamento per la schietta ospitalità.
«Ero una bambina – ha ricordato Albertina in una intervista al nostro giornale quando è stato introdotto il ticket d’ingresso all’isola – quando furono ultimati gli scavi archeologici, ricordo la fatica che si fece per portare alla luce quei reperti. Allora c’erano sull’isola con noi un custode e due contadini. E pertanto c’era un certo controllo per arginare il degrado. L’isola era meta di gitanti per i classici pic-nic domenicali. Al loro passaggio lasciavano rifiuti di ogni genere, e si portavano via anche reperti come i tasselli dei mosaici. Senza contare le case per artisti del razionalista Lingeri, devastate e saccheggiate nel corso degli anni. Con mia sorella il lunedì successivo sconsolate andavamo in perlustrazione sull’isola per fare la conta dei danni. Sono questi ricordi a farmi dire oggi che il ticket che si paga per salire sull’isola è utile».
Lino con l’aiuto di un club di “Amici dell’Isola”, formato da industriali e setaioli di Como, «riportò la vita e la prosperità su quell’isolotto selvaggio e impervio, popolato da bisce e gatti selvatici, custodito da un contadino permaloso che al calar della sera lasciava l’isola con la sua barca a remi, scagliando mugugni e improperi contro chi pretendeva di usurpare la terra delle sue capre e vacche al pascolo – ricorda oggi Albertina – La prima locanda, costruita a mano sui resti di un’ antica chiesa, fu inaugurata, nel settembre del 1948».
Non mancarono gli incidenti. «I primi due presidenti del club, Carlo Sacchi, e Sandro de Col, perirono tragicamente. Il primo ucciso a Villa d’Este da una dama infuriata dalla gelosia. Il secondo in un incidente di motonautica – ricorda Albertina – Ce n’era abbastanza per scoraggiare anche il più intrepido fra i soci di quella associazione: ma non il Cotoletta, il quale, forte e caparbio, decise di continuare in quell’impresa, con l’aiuto di un esorcismo suggeritogli da una scrittrice inglese, una delle prime ospiti della Vecchia Locanda. Un rito del fuoco nel quale mescolando in un ampio calderone di rame, bucce di arance, limone e erbe selvatiche irrorate e incendiate da robuste dosi di brandy e caffè, intratteneva i suoi ospiti dopo ogni pranzo e cena, raccontando loro la storia dell’isola, e invitandoli a ricollegarsi con il pensiero alle anime dei primi abitanti dell’isola».
«Al culmine di un successo che vide la Locanda diventare famosa in tutto il mondo, meta privilegiata di Vip come Reza Pahlavi, lo Scià di Persia – ricorda Albertina – il Cotoletta si ritrovò a narrare la storia dell’isola con il rito propiziatorio del fuoco, proprio davanti ad Alfred Hitchcock, che dal 1964 al 1972, non mancò mai di visitare l’isola e pranzare alla Locanda, prediligendo le giornate tempestose, che sul lago illuminavano spesso sinistramente con lampi e tuoni l’intero paesaggio. Divenne amico del Cotoletta, e in segno di riconoscenza per la sua ospitalità gli fece dono anche di una Polaroid nuova e fiammante, con tre fotografie scattate personalmente e autografate dal grande regista. I fuochi dell’isola, spettacolo fortemente voluto anche dal Cotoletta nei primi anni Cinquanta, riportano così alla memoria tante cose custodite nel cuore di quest’isola, prezioso scrigno di storia che non finisce mai di stupire».

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