Alberto e il silenzio che diventa prigione

opinioni e commenti di agostino clerici

di Agostino Clerici


Mentre il nuovo governo sta muovendo i primi passi alle prese con i problemi della gestione della pandemia e della campagna di vaccinazione della popolazione, problemi lasciati in eredità dal precedente esecutivo, domenica, sfogliando le pagine del “Corriere della Sera”, mi sono lasciato commuovere da una storia, la storia di Alberto. L’anno passato insieme al Covid ha disciolto la nostra emotività e ci ha resi più disponibili ad ascoltare storie di umanità varia, contrassegnate da finali ora di morte ora di vita.
Apparentemente la storia di Alberto non ha nulla da spartire con il Covid. È una storia cominciata 88 anni fa, di cui ben 42 passati in un manicomio.

Naturalmente non si può riassumere qui in poche righe la sua storia e la sua vicenda umana. Tutte le volte che cerchiamo di trasformare una vita di carne in un racconto di parole perdiamo per strada la sua essenza anche se abbiamo il vantaggio di poterla in qualche modo comunicare, rendendola più universale di quanto non sia nell’unicità della vita vissuta.


Orfano di padre a 5 anni, mandato in collegio dalla madre, morta ben presto anche lei, Alberto finisce quando ha solo 15 anni in psichiatria. I suoi silenzi, dovuti molto probabilmente ad una educazione repressiva ricevuta, vengono scambiati per una malattia. E da lì comincia la sua lunga e dolorosa disavventura in manicomio. «Nel mio collegio – ricorda Alberto – le suore erano cattive, non ci trattavano bene, spesso ci picchiavano. Insegnavano a stare zitti e obbedire senza discutere. In collegio era obbligatorio il silenzio, se parlavi eri punito. Tutti sembravano volere solo una cosa quando ero bambino: che non parlassi. E io obbedivo, non parlavo».


È fin troppo facile per noi oggi giudicare negativamente questo comportamento nei confronti di un bambino che aveva solo bisogno di un aiuto in più. Alberto si limita a ricordarlo come un brutto passato che ha segnato un lungo tratto della sua vita. A me colpisce la pacatezza di questo racconto che riesce a nascondere chissà dove anche la comprensibile rabbia.

Quando nel 1990 – l’anno dei mondiali di calcio – gli dissero che sarebbe uscito dal manicomio, Alberto confessa: «Non sapevo cosa ci fosse fuori, in fondo stavo bene lì, tutti mi volevano bene. Quasi mi dispiaceva uscire». E ricorda che nel quartiere ci fu una rivolta perché la gente aveva paura di quelli che uscivano dal manicomio e venivano ad abitare vicino alle loro case.

Fin qui la storia di Alberto. E chissà quante altre simili alla sua sono rimaste nel segreto o non hanno avuto uno sbocco di serenità come sembra abbia avuto la storia di Alberto. Che ha forse qualcosa da insegnare anche a noi, uomini e donne che quasi un anno fa senza saperlo siamo entrati nel tunnel della pandemia. Le televisioni e i giornali parlano e ne hanno fatto un unico grande argomento. Gli esperti dibattono e litigano. Ma forse sono tanti quelli che restano come bimbi silenziosi di fronte all’isolamento e alla paura. C’è bisogno di luoghi in cui sia possibile imparare a parlare con gli altri. C’è bisogno di persone che siano disposte ad ascoltare. Perché il silenzio non diventi una prigione.

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