Ats Insubria, «Como provincia vassalla». I medici di base contro la riforma Maroni

Ats Insubria

Tutti contro la legge di riforma, che a questo punto sembra essere diventata il capro espiatorio di un’emergenza comunque mal gestita. Ma molti anche contro il burosauro dell’Ats Insubria, un “mostro” con due corpi ma una sola testa. Che pensa, agisce e decide a Varese. La pandemia – e tutto ciò che ne è conseguito – hanno riportato alla luce il problema della gestione della sanità nelle province pedemontane gemelle. Una gestione, ha denunciato lunedì scorso il consigliere regionale del Pd Angelo Orsenigo, che troppo spesso «dimentica Como e si occupa unicamente di Varese».
Le parole di Orsenigo sono rimbalzate ieri tra gli addetti ai lavori e il primo a rilanciare il tema è stato Giovanni L’Ala, componente del consiglio direttivo dell’Ordine dei medici di Como e sindacalista dello Snami (una delle sigle più rappresentative tra i camici bianchi).
«Il territorio di Como è ormai vassallo di Varese – dice L’Ala – siamo stati svuotati e annichiliti. È del tutto lampante che ogni decisione, ogni scelta ruota attorno a Varese. Dicono che le due province pari sono, ma non è vero. Basta vedere le condizioni in vui versano le nostre strutture: via Pessina, dove ci sono enormi spazi vuoti, il poliambulatorio del Sant’Anna, San Martino in parte abbandonato».
L’Ala ricorda la battaglia condotta per «riportare il Centrolago e la Valle Intelvi con Como» e la «difesa dell’ospedale di Menaggio, che la Regione voleva chiudere mentre venivano ipertrofizzati gli ospedali privati». E sottolinea tutti gli errori della Legge Maroni di riforma della sanità lombarda. «L’emergenza Covid ha denudato la medicina territoriale, che di fatto non esiste più, svuotata di significato e di risorse. Nei fantomatici distretti oggi ci sono soltanto gli sportelli per la scelta e la revoca del proprio medico di base».
Una visione del tutto negativa, quella di Giovanni L’Ala. Su cui concorda soltanto in parte Giancarlo Grisetti, segretario della Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (Fimmg) di Como. «C’è un dato obiettivo – dice Grisetti – Varese è più grande, ha più abitanti e due Asst, noi una sola. Non vedo quindi una scelta strategica intesa a privilegiare una provincia rispetto all’altra. Certo, servirebbe maggiore attenzione per valorizzare un territorio che altrimenti rischia di essere penalizzato. Devo anche dire che a Varese c’è una maggiore sindacalizzazione, i medici sono più organizzati e attivi e quindi contano anche di più».
Se Grisetti vede un bicchiere mezzo pieno, Matteo Mandressi, responsabile del settore Sanità nella segreteria della Camera del Lavoro di Como, osserva invece un bicchiere del tutto vuoto. «L’Ats Insubria è totalmente assente a Como ma non funziona nemmeno a Varese – dice – in questo periodo di pandemia non c’è mai stato un riferimento. Abbiamo provato a interloquire ma senza ottenere alcun risultato. Certo, il direttore generale, il direttore sanitario e il direttore socio-assistenziale sono a Varese, è difficile anche soltanto incontrarli. Ma il vero problema è un altro: l’assenza di politiche, il vuoto di prospettiva. Le questioni si inseguono e non si anticipano, manca un confronto vero, periodico e serrato. In tre mesi abbiamo fatto due incontri. Avevano promesso di girarci i numeri della pandemia tutte le settimane, ma chi li ha visti?».
Mandressi elenca le mancanze: «i presidi ospedalieri territoriali sono inesistenti; non sono tracciati i contagi; le annunciate Unità Speciali di Continuità Assistenziali (Usca) sono un fantasma: dovevano attivarne una ogni 50mila abitanti e ne hanno fatte soltanto 2 dicendo che sarebbero state sufficienti; i tamponi e i test sierologici sono pochissimi; nelle Rsa si è intervenuti quando ormai il virus si era diffuso. Che altro dire?».

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