Bambini incitati a diventare campioni a ogni costo per ambizione e sopite frustrazioni dei loro papà

Risponde
Agostino Clerici

È un virus che contagia sempre più papà e mamme e non sembra esserci cura per farli guarire. Mi riferisco al vizio italico di “buttare nell’arena agonistica” i propri figli (anche in tenera età) e pretendere di farli diventare fenomeni a tutti i costi.
Costi quel che costi!
È un fenomeno in crescita, tocca tutti gli sport, non soltanto il calcio (all’oratorio, dove gioca mio figlio tra i pulcini, spesso i genitori a bordo campo sono un pessimo esempio di ignoranza, volgarità e mancanza di rispetto verso arbitri, allenatore e persino contro figli e compagni di squadra).
Ho letto la biografia del tennista Agassi che mi ha molto colpito e fatto riflettere. È proprio il caso di dirlo: spesso la rovina dei giovani è causata dai loro stessi genitori, che nei figli vedono riflesse assurde ambizioni o, peggio ancora, li usano per riscattarsi da personali fallimenti. Bel modo di educare le nuove generazioni…
La questione educativa sollevata dal nostro lettore è davvero delicata, perché comporta non solo – come egli dice – spettacoli indecorosi di ignoranza e volgarità a bordo campo, ma soprattutto genera spiacevoli conseguenze – non sempre evidenti – nei bambini e nei ragazzi (come stati di ansia da prestazione, moti di invidia, sensi di inferiorità, arrivismi).
Eccessivamente stimolati a entrare in competizione con i coetanei – nello sport, ma anche nella scuola e in altre esperienze associative – rischiano di diventare arroganti, antipatici e, paradossalmente, bugiardi ed insicuri, perché devono sempre dimostrare qualcosa ai genitori e al mondo degli adulti.
Il danno psicologico ed esistenziale è, talvolta, molto grave e lascerà segni duraturi nella personalità, che a quella età è come una plastilina ancora da modellare ma, poi, quando si è grandi, assomiglia a marmo difficilmente modificabile. Certe pressioni subite in età infantile sono frustrazioni latenti che si scatenano poi sotto forme diverse e contrastanti tra loro, che vanno dal bullismo all’inerzia, dallo stile saccente a quello rinunciatario.
I bambini sono bambini e devono crescere da bambini. Lo sviluppo psico-fisico, cioè, deve essere armonico e non deve comportare prove ed esami continui, che servono solo alla vanagloria degli adulti.
Quando arriva la fine dell’anno scolastico, tanti bambini sono preoccupati non solo per la fatidica pagella, ma anche per il saggio di calcio, basket, danza, karate, chitarra o pianoforte, e chi più ne ha più ne metta. La soddisfazione tronfia che si legge sul volto di genitori e nonni è spesso inversamente proporzionale all’ansia che è disegnata sul volto dei bambini.
Vi sono fanciulli di sette o otto anni la cui agenda settimanale assomiglia a quella di un imprenditore…
Caricare sui figli le proprie “assurde ambizioni” è una operazione deleteria, e oso sperare non si arrivi fino alle compensazioni dei propri fallimenti cercate nei successi dei propri pargoli.
Naturalmente sarebbero pochi i genitori disposti a riconoscere che è così. La motivazione da essi addotta per le innumerevoli attività agonistiche dei propri figli è che «io lo faccio per il loro bene, per impegnarli, per non farli crescere molli, per forgiare il loro carattere, e poi perché così si divertono». Ma è davvero così? Ed è questa la strada giusta per educarli a diventare grandi? C’è da nutrire ben più di qualche dubbio, a giudicare dai risultati.
L’ambizione è sempre assurda, soprattutto se è riflessa nei figli. Usare la partita di calcio del figlio per scaricare sull’arbitro la propria bile, poi, è da idioti.
Una volta ho visto un ragazzetto – a cui evidentemente piaceva solo giocare al pallone – redarguire il padre che urlava parole di fuoco da bordo campo: «Finiscila, papà! Non vedi che figura mi fai fare con i miei compagni?». Un “pulcino” che cercava di istruire il “gallo”! Chissà dove avrà imparato tanta sapienza. Vien proprio da dire: non certo a casa sua?

Franco P.

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