Biondillo racconta l’architettura comasca del Novecento

Il Novocomum, storico edificio di Giuseppe Terragni, a Como in via Sinigaglia 1, sede dell’Ordine degli Architetti

Passeggiate culturali tra monumenti e segni nobili dell’arte del costruire sul Lario raccontati in punta di penna. Architettura, anche il Lario nel “Lessico” di Gianni Biondillo. Lo scrittore e architetto milanese pubblica da Guanda “Lessico metropolitano” (pp. 267, 18 euro) e parla diffusamente in tre ampi capitoli anche di Como e della sua architettura con particolare riguardo al futurismo di Antonio Sant’Elia e al Razionalismo di Giuseppe Terragni, Pietro Lingeri, Cesare Cattaneo e tanti altri maestri. Tutti morti giovani, entrati nella leggenda, nel mito. Ragazzi che hanno dato un destino a Como e che Como forse non sa meritarsi.
In questa raccolta di saggi, fra arte e architettura, design e restauro, l’architetto e scrittore Gianni Biondillo, come in ogni suo libro, romanzi compresi, ci racconta il territorio, le periferie delle grandi città, i suoi valori e le sue contraddizioni, con uno sguardo che supera i numerosi luoghi comuni legati all’architettura, disciplina da lui amata.
Attraverso i suoi ricordi personali, riscoperte di architetti dimenticati, incontri con giovani designer e dialoghi con maestri contemporanei, Biondillo ci aiuta a comprendere la complessità della metropoli e i suoi vocaboli.

Lo sguardo come detto è puntato con particolare riguardo a Como e ai suoi architetti. “La storia di Antonio Sant’Elia mi è sempre sembrata naturalmente romanzesca” scrive Biondillo. Un ragazzo di provincia entrato nella storia, il futurista morto in guerra nel 1916. Biondillo va alel radici del lavoro di Sant’Elia e della sua eredità culturale di cui la “Città nuova” è il frutto più evidente e prezioso.
Biondillo nel 2016 sempre per i tipi della casa editrice Guanda ha dedicato un romanzo dal titolo “Come sugli alberi le foglie” alla vicenda umana e artistica dell’architetto futurista comasco Antonio Sant’Elia, morto al fronte nel 1916. Esiste una generazione di ragazzi che all’inizio del secolo scorso vollero rivoluzionare l’arte. Si chiamavano Boccioni, Erba, Sironi, Carrà, Russolo. Si conobbero nelle aule dell’accademia di Brera. Seguivano le idee avanguardiste del più anziano di loro, Filippo Tommaso Marinetti. Si facevano chiamare Futuristi. Erano interventisti convinti, si arruolarono senza indugio per il fronte, idealizzando la guerra come igiene del mondo. Molti di loro non tornarono a casa. Fra questi c’era un giovane comasco, Antonio Sant’Elia appunto, talento luminosissimo e sfortunato. Morì da eroe, sul Carso, nel 1916. Marinetti, divenuto accademico durante il fascismo, fece del suo sacrificio un’icona dell’eroe fascista. Sant’Elia è il personaggio centrale tra i molti che questo romanzo di Gianni Biondillo ha riportato in vita, nel contesto di una grande narrazione dallo spirito nazionale.

E poi come detto di passa a Terragni, nella sua passeggiata comasca Biondillo non manca di tirare le orecchie ai comaschi: “Non ho mai capito quanto i comaschi siano consapevoli di come quel nuovo quartiere si cui s’affaccia il Novocomum sia un piccolo ma straordinario esempio di mircourbanistica del secolo scorso”.

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