Cantone senza identità e travolto dalla paura. Ecco perché i ticinesi votano contro gli stranieri

altMa negli anni ’70 da Bellinzona arrivavano le percentuali più alte pro integrazione
Negli anni Settanta il Ticino era il Cantone svizzero che più di altri «tendeva a opporsi a proposte di inasprimento» delle politiche migratorie.
Da Bellinzona, nel 1970, arrivò il no più deciso all’iniziativa di James Schwarzenbach contro il cosiddetto inforestierimento: quasi il 64% di contrari contro una media nazionale del 54%. Ma a partire dal «referendum del 1992 sull’adesione della Svizzera allo spazio economico europeo, il Ticino si profila come uno dei Cantoni dove prevale

in modo netto l’opposizione a qualsivoglia forma di integrazione europea o sovranazionale».
Un piano inclinato che è diventato scivolo da montagne russe il 9 febbraio di quest’anno, quando il referendum sulla proposta Udc contro l’immigrazione di massa ha ottenuto in Ticino il 68,2% a fronte di una media nazionale di poco superiore al 50%.
Che cosa ha trasformato il Cantone di lingua italiana in questi decenni? Perché il Ticino ha cambiato completamente pelle diventando la punta di diamante delle scelte contrarie a ogni tipo di integrazione?
Una risposta articolata e scientificamente attendibile è giunta ieri da un corposo studio condotto dall’Osservatorio della Vita Politica Regionale (Ovpr) dell’Università di Losanna, struttura diretta dal ticinese Oscar Mazzoleni. Uno studio dal quale emerge in modo abbastanza chiaro l’eccezionalità del Cantone a Sud delle Alpi dovuta alla paura degli effetti dei processi di globalizzazione.
La maggioranza dei ticinesi ha vissuto le logiche competitive post muro di Berlino come un pericolo. Qualcosa che ha messo «in discussione il modello tradizionale di integrazione elvetica, di cui il Ticino aveva potuto beneficiare dagli anni ’30 agli anni ’80 del Novecento».
Il Cantone si è sentito improvvisamente più solo, più scoperto, più debole. È diventato, nel sentimento dei cittadini, «periferia non solo economica, ma anche geo-politica e linguistica». Periferia di Berna ma anche periferia del Nord Italia.
«Il risultato di tutto ciò – scrivono i ricercatori dell’Ovpr di Losanna – è un diffuso sentimento di dipendenza e di vulnerabilità, fortemente influenzato dall’idea di una apertura delle frontiere che potrebbe sfuggire al controllo della parte elvetica».
Letteralmente travolti dalla globalizzazione, i ticinesi hanno perso l’identità politica (elvetica) e l’identità linguistica (italiana) fino a vedersi come un fortino assediato e incapace di difendersi. Una sindrome da doppio isolamento dalla quale sarà difficile uscire.

Da. C.

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