«Cantù, le mani della malavita su piazza Garibaldi». Processo al via: in nove davanti al giudice
Cronaca, Territorio

«Cantù, le mani della malavita su piazza Garibaldi». Processo al via: in nove davanti al giudice

L’Antimafia di Milano, che aveva indagato sui fatti di violenza di stampo ’ndranghetista che avevano tenuto sotto scacco per mesi piazza Garibaldi a Cantù – i locali affacciati sulla piazza, le vie limitrofe e, ovviamente, gli acquirenti degli esercizi commerciali – avevano indicato tra le possibili parti lese una decina di persone, tra cui gestori di bar, proprietari di ristoranti e clienti di discoteche e locali notturni. Ieri, all’apertura del processo contro nove persone sospettate a vario titolo di avere un ruolo in queste attività criminali, in aula – non di persona, ma rappresentata dall’avvocato – si è costituita una sola parte civile. Si tratta di un ragazzo che in compagnia di tre amici fu picchiato a sangue all’uscita di un locale notturno. Era il 10 gennaio del 2016.
Trasportato in ospedale al Sant’Anna, il giovane – che all’epoca dei fatti aveva 22 anni e che era intervenuto per aiutare un amico – riportò «policontusioni con tumefazione orbitale, emorragia sottocongiuntivale e infrazione costale» per un totale di 25 giorni di prognosi. Agli amici che erano con lui le cose andarono solo lievemente meglio: 15 e 10 giorni di prognosi.
L’udienza che si è aperta ieri mattina di fronte al Collegio del Tribunale di Como presieduto dal giudice Luciano Storaci, ha visto in aula nove imputati, tutti ancora detenuti (tranne uno che si trova ai domiciliari).
Uno solo ha scelto di non comparire davanti ai giudici, mentre gli altri erano presenti.
Sulla sedia della pubblica accusa si è seduto il magistrato della Dda di Milano, Sara Ombra. Le accuse parlano di una serie di attività criminali che ruotarono attorno al centro nevralgico della “città del mobile”, ovvero piazza Garibaldi.
Vessazioni che poterono contare, come scrivevano i magistrati meneghini nei giorni delle ordinanze di custodia cautelare, su «una condizione di assoggettamento e omertà che ne derivava dal territorio di riferimento (il Canturino e il Marianese)» e che avevano come scopo «l’acquisizione e il controllo di attività economiche (esercizi commerciali ubicati nella zona centrale di Cantù) attraverso la commissione dei delitti contro il patrimonio e contro l’incolumità individuale» delle persone. Le stesse che tuttavia ieri mattina hanno scelto di non costituirsi parte civile nel processo.
Fatti accaduti in rapida successione tra il 10 ottobre 2015, quando venne gambizzato in strada il nipote del boss a capo della Locale di Mariano Comense (in quelle ore, occorre ricordare, nell’apparente pacifica Brianza si arrivò ad un passo dalla guerra di mafia in pieno centro a Cantù), e i primi giorni del mese di gennaio 2016.
Pestaggi, «consumazioni non pagate», «atteggiamenti di prevaricazione», allontanamento di clienti, spari di colpi di arma da fuoco contro le auto e altre “amenità” che sono poi confluite nel capo di imputazione cui, a vario titolo, saranno chiamati a rispondere i nove imputati.
Tutti gli imputati hanno annunciato – tramite i loro legali – che intendono sottoporsi all’esame del pm. Si tornerà in aula in dicembre.

10 Ottobre 2018

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