Caterina e le altre, storie di abusi e di ingiustizie

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Un saggio di Licia Badesi rivela un doloroso spaccato del Lario nell’Ottocento
L’ottimistico lieto fine che il Manzoni ci ha lasciato con i suoi “Promessi Sposi”, ci siamo mai chiesti se sia realistico? La purezza di Lucia, alla fine, non verrà violata da don Rodrigo. Il coraggio di Fra’ Cristoforo e la caparbietà di Renzo, condite con il balsamo dell’incondizionata fiducia che il Manzoni nutre nella Provvidenza, salveranno Lucia. Tutto bello. Ma vero? A fare un bagno di sano realismo vien da pensare che Lucia don Rodrigo se la sarebbe presa subito senza tante storie

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Guardando ai secoli passati, qui sulle sponde del Lario, come ovunque, le favole degli amori a lieto fine, soprattutto per quelle bambine che nascevano in famiglie povere e ignoranti, e che magari erano pure illegittime o abbandonate, sono tanto oggetto di romanzi quanto improbabili. Lo dimostra benissimo un saggio pregevole di Licia Badesi, da poco edito per i tipi NodoLibri di Como, “Donne davanti alla giustizia del Lombardo-Veneto – Stupro, aborto, esposizione di infante nei documenti dell’Archivio di Stato di Como” (pp. 294, 20 euro). Una ricerca straordinaria e toccante, tessuta di precisa cronaca ma anche di partecipazione. Con acuta perizia, Badesi ha spulciato tra i verbali, vecchi di secoli, dei processi inquisitori. Ne ha ricavato storie raccapriccianti che testimoniano come nascere donna ai primi dell’Ottocento fosse spesso una calamità.
La Badesi – scrittrice e saggista, ex deputato, già insegnante di letteratura latina e storia – ridà voce a bambine e donne violate, abusate, accusate (spesso ingiustamente) di aborto e infanticidio, costrette ad abbandonare i propri neonati, perché concepiti fuori dal matrimonio o perché frutto di stupri. Le reiette del Lario, della provincia di Lecco e di Varese, sono una macchia sopra la morale ipocrita del tempo. Una giovane donna si mette alla gogna solo perché la si vede ingrassata, perché ha un carattere più “allegro” ed espansivo di altre.
C’è, per esempio, l’incredibile storia di Caterina Cantù, violentata a 13 anni da Dionigi Ronchi che, nel 1833, ricopre la carica di Commissario Distrettuale di Brivio. Un uomo di potere che si ritiene in diritto di usare bambine a suo piacimento (storia vecchia?). Affida alla serva il compito di attirare le prede nella sua casa con le scuse più diverse. A caderci è anche Caterina. “Perdere la verginità al di fuori del vincolo del matrimonio – scrive Licia Badesi – è il primo gradino verso la discesa negli inferi”. L’elenco dei nomi delle ragazze violentate dal Ronchi, mano a mano che si procede nell’indagine, si allunga: Teodolinda Cantù, Teresa Pivetti, Maria Monica Sala, Marta Longoni, Teresa Palma, Marianna Lavelli. Gli inquirenti, pur di fronte a evidenze inoppugnabili, si preoccupano prima di tutto di esaminare la condotta delle giovani (che non abbiano già destato scandalo in precedenza!) e di esaminare minuziosamente le loro parti intime. Risultato dell’inchiesta? Il Ronchi viene trasferito a Maccagno. Non ci sono indizi sufficienti per stabilire che abbia davvero usato la forza, che le ragazze fossero “impuberi” e che fossero “innocenti”.
Tanta l’amarezza e la rabbia, a libro chiuso, dopo decine di storie simili, visto poi che, per queste donne, c’è voluto tanto coraggio a presentarsi di fronte agli inquirenti. Nessuno dei “sospettati” – giovani, vecchi, ricchi, contadini, rappresentanti delle istituzioni, sacerdoti – nessuno, nella sessantina di storie narrate dalla Badesi, subisce una giusta condanna. A perdere la reputazione, a veder la propria vita distrutta sono solo le ragazze. A distanza di due secoli, dunque, la narrazione di queste testimonianze è l’unico riscatto che viene loro concesso.

Katia Trinca Colonel

Nella foto:
Il saggio di Licia Badesi verrà presentato a Como il 30 agosto, a “Parolario”

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