Como, in quattro settimane contagi calati del 50%

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La Lombardia non è ancora uscita dalla fase di emergenza. Ma gli indicatori – tutti, tranne il numero dei decessi, l’ultimo a calare – continuano a dare segnali incoraggianti. «Il numero dei casi positivi negli ultimi sette giorni – scrive nel suo report il consigliere regionale del Pd Samuele Astuti, ricercatore della Liuc di Castellanza e autore di analisi periodiche sull’andamento della pandemia in regione – è pari a 28.306, quasi il 40% meno di quanto rilevato nella settimana precedente (erano 45.969) e quasi il 50% in meno di quella prima (erano 56.323): il trend del contagio è in diminuzione da tre settimane».
Finalmente, prosegue Astuti, anche «il numero degli ospedalizzati (sia in terapia intensiva sia nei reparti) inizia a diminuire rispetto alle settimane precedenti: siamo oggi a 855 ricoverati in terapia intensiva, rispetto ai 942 della settimana scorsa e ai 903 di quella precedente».
Pure il tasso di positività, vale a dire il rapporto tra tamponi effettuati e tamponi positivi, è sceso sotto la soglia del 10%: ieri, con 3.425 su oltre 36mila, il tasso di positività è stato del 9,4%.
Tutto questo può indurre verso un cauto ottimismo, sebbene la provincia di Como rimanga tra le più colpite. Nelle ultime 24 ore, con l’eccezione di Milano e di Varese, il territorio lariano è quello in cui è stato registrato il maggior numero di nuovi contagi: 316, per un totale, dall’inizio dell’emergenza Coronavirus, di 28.864, pari al 4,82% della popolazione residente.
Anche il dato delle vittime è in crescendo. Ormai siamo giunti nel Comasco a 1.167 morti per Covid-19, di cui 12 tra martedì e mercoledì.
«Osservando l’andamento delle ultime quattro settimane – scrive ancora Samuele Astuti – la provincia di Como mostra comunque una diminuzione tra il 25 e il 50% dei contagi rispetto al valore di riferimento».
A questo punto, sottolinea il consigliere regionale del Pd, a fronte di un «trend discendente», occorrerebbe «potenziare il tracciamento dei contatti dei positivi, allineare le Unità sanitarie di continuità assistenziale (Usca) alle direttive governative che ne prevedono una ogni 50mila abitanti e predisporre un piano di medicina territoriale efficiente».

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