Da Villa d’Este ai bambini ammalati di Calcutta

Parla Giuseppina Selva: «La mia seconda vita con i miseri che sono più sereni di noi»
«Io faccio poco, veramente pochissimo…», si schermisce convinta Giuseppina, sfoderando un sorriso dei suoi. Eppure questa donna magra e minuta è un autentico gigante della carità.
Classe 1947, nativa di Menaggio e oggi residente a Lenno, è passata dall’ambiente dorato di Villa d’Este ai più poveri del mondo: bambini con gravi handicap, o colpiti da Aids, o da malattie rare, in India e in Cambogia.
Giuseppina Maria Selva ha lavorato per quattordici anni nel grand hotel lariano

, uno dei più esclusivi del mondo. Era impegnata nella cosiddetta “contabilità clienti” e a un certo punto è diventata responsabile del settore. Per dieci mesi all’anno stava in ufficio; nei rimanenti due viaggiava per turismo, in Sudamerica e in Asia. Forse cercava già qualcosa, che avrebbe trovato soltanto in seguito.
A Villa d’Este vedeva sfilare persone ricche e famose. «Per me era lavoro – dice – Non ho mai invidiato nè criticato donne ingioiellate, bellissime, griffate…».
Nel 1994 la prima svolta. Giuseppina fa l’esperienza di un lebbrosario nel Sud dell’India. «Immenso. Accoglieva 4mila lebbrosi. Le suore infermiere dovevano tagliare pezzi di arti senza anestesia. I malati stringevano spugne tra i denti per non urlare. C’erano infezioni, musica a tutto volume e una terribile puzza di carne umana marcita. Per me fu la prima vera prova di forza da superare».
Giuseppina non viene da una vita facile. La mamma, insegnante, muore giovane. Il papà, laureato in Economia e commercio, privilegia la professione; è rigido e severo, un uomo d’altri tempi. Quante sere a letto senza cena per i figli, a causa di piccole mancanze: se iniziano a mangiare senza augurare “buon appetito” al capofamiglia, se non si puliscono la bocca nel tovagliolo prima di accostare le labbra al bicchiere.
All’età di dodici anni Giuseppina viene spedita all’estero a imparare le lingue. Scrive lettere di sofferta nostalgia. Il padre l’avverte: se accadrà ancora, dovrà rimanere più a lungo lontano da casa. «Io ringrazio mio padre perché mi ha insegnato la disciplina e il senso di responsabilità – ragiona lei oggi – ma non posso dire di aver ricevuto amore». Un sentimento, questo, di cui Giuseppina ha però grande bisogno. Vuole darne e riceverne e volentieri lo ammette.
Si intravvede così la scelta che maturerà nel tempo. «Ho sempre desiderato aiutare, fin da giovane, ma concretamente sono riuscita a farlo più tardi. Amavo la vita difficile e odiavo le comodità fin da ragazzina, questo sì…». Mentre chiacchieriamo, osservo il viso e gli occhi profondi di questa donna coraggiosa, raffinata e semplice nel contempo. Racconta il suo personale percorso. «… Soltanto dopo la morte della mamma ho lasciato emergere la sensibilità soffocata che avevo voluto a lungo far tacere. Ho assaporato la gioia dei tramonti, dell’alba, della natura».
La storia recente, la sua seconda vita, inizia nel 2000, dopo che Giuseppina lascia il lavoro a Villa d’Este e, dopo un breve periodo all’Hotel Principe Leopoldo di Lugano, dov’è impiegata come semplice segretaria di ricevimento. Esplora le esigenze della povera gente in vari Paesi del mondo e poi sceglie. Per quattro-cinque mesi all’anno vive sul Lago di Como; il rimanente tempo lo trascorre invece in India e in Cambogia. «Non sono sposata, non ho figli e ho fin troppo. Ho un appartamento e qualche risparmio. Ho potuto decidere di fare finalmente la mia vera vita».
Le sue mete sono quattro. Tre in India, a Calcutta. Giuseppina è di casa nell’ospedale di Baccah, centoventi posti letto e un florilegio di malattie e malformazioni rarissime. Nella metropoli indiana incontra anche i bambini handicappati. «Spesso il loro handicap è mentale – dice – Se sono tranquilli vengono impiegati per piccoli lavori». Il suo terzo impegno consiste nel seguire il piccolo gruppo di ragazzini che vanno a scuola. Cinque di loro sono induisti; tre musulmani. La quarta meta è invece a Phnom Penh, capitale della Cambogia. Qui, per due mesi all’anno, lavora con i bambini ammalati di Aids.
Il racconto che Giuseppina fa dell’ospedale di Baccah, a Calcutta, supera ogni immaginazione. «È un ospedale povero e per bambini poveri. Vengono da villaggi nei quali gli abitanti credono tuttora nella magia. Confidano negli stregoni e portano con sè amuleti. Appartengono alle caste più basse».
Difficile immaginare una comunicazione efficace. «Io parlo pochissimo hindi. Il papà di questo bambino non conosce l’inglese – dice Giuseppina indicando la foto di un piccolo – eppure mi telefona due volte al mese e ci capiamo al volo. È il linguaggio del cuore».
Un altro miracolo lo ha compiuto il passaparola. Giuseppina riceve aiuti da almeno cento persone nel Comasco. Denaro. Rinunce al pagamento di parcelle da lei dovute ad artigiani o professionisti, affinché possa tradurre quei soldi in risorse per gli ultimi. A tutti relaziona con toccanti lettere e, quando ritorna, con puntigliosi rendiconti finanziari e con la proiezione di filmati e fotografie. «Mostro come vivono con serenità tanti miseri che non sono annoiati o depressi come noi. La mia vita con loro è ricca di sentimenti ed emozioni. A Calcutta sono a casa e i bambini poveri sono la mia famiglia».

Marco Guggiari

Nella foto:
Giuseppina Selva oggi. Tornata dall’India il 9 aprile scorso, ripartirà a fine settembre (foto Villa)

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