Nella casa dell’Aids, dove l’Inferno è più lieve

Como 30 novembre 2009, la Sorgente via Torriani, Daniele IsidoriA colloquio con il direttore della “Sorgente”, che ospita malati alla fine dei loro giorni
Dietro il portone grigio c’è una casa colorata. Il corridoio con il pavimento marrone è in lieve pendenza, senza barriere, come dev’essere per chi non ce la fa a salire le scale. Le porte finestre si aprono sul cortile interno. Là, sui tavolini di plastica bianca spiccano numerosi posacenere colmi di cicche di sigarette. Non si può togliere il fumo a chi, ormai, non ha più vizi.
Alla parete spiccano due variopinti volti di clown. Tra poco verrà Natale e altri colori e simboli non mancheranno anche qui.
Daniele Isidori, il direttore, ci riceve nel suo piccolo ufficio alla vigilia della Giornata mondiale contro l’Aids, che si celebra oggi.
Ha 48 anni, vive a Lurago d’Erba con la moglie e due figli quattordicenni. È responsabile della “Sorgente”, la casa-alloggio aperta dalla Diocesi in collaborazione con i Padri Somaschi a Como, in via Torriani, dal 2000, e che accoglie malati di Aids e sieropositivi fino a quando hanno un soffio di vita.
Alla fine del nostro colloquio ci imbattiamo in alcuni di loro finiti in un girone infernale e che qui risalgono almeno un po’ più su. Due si reggono sulle stampelle. Ridono alla vista del fotografo e, scherzando, chiedono uno scatto che li ritragga. Una donna con i capelli tinti di rosso saluta e ammicca maliziosa. Un’altra con gli occhi scavati aspira avidamente il fumo dell’ennesima sigaretta.
Daniele Isidori lavora qui da prima ancora che “La Sorgente” fosse inaugurata. Ne ha seguito il compimento dei lavori e ha organizzato il gruppo di operatori, personale socio-assistenziale e infermieristico: oggi quindici persone in tutto.
In origine la casa aveva la disponibilità di dieci letti. Dall’anno scorso ne ha il doppio: dieci per le persone dalla salute più compromessa, altrettanti per quelle “a più bassa intensità assistenziale”, come il linguaggio della politica sanitaria definisce le persone messe meno peggio. A loro si aggiungono, attualmente, due persone che trascorrono alla “Sorgente” un minimo di quattro ore al giorno.
Quanta gente è passata dal 2000 a oggi?
«Abbiamo avuto 108 ospiti, per la precisione 74 maschi e 34 femmine. Trentuno di loro sono morti qui. Con il passare degli anni la fascia d’età si è innalzata: c’è una preponderanza di quarantenni. Il range è comunque ampio: dai 32 ai 78 anni».
Cosa offrite a malati senza prospettiva?
«Diamo un tetto, diamo affetto, assistenza, uno stile di vita regolare, molto più di quanto lo sia stato nel resto della loro vita. Diamo a ognuno la possibilità di riconciliarsi con la parte di mondo con la quale non è riuscito a rappacificarsi, per esempio la famiglia, o la società».
Cosa dicono loro, cosa lasciano intendere?
«Desideri ne hanno, prima di tutto la speranza di guarire. Tanti l’avevano già dieci anni fa, quando i farmaci erano meno efficaci ed era più difficile garantire la qualità della vita che oggi è possibile offrire. Non posso nascondere che per molti la vita comunitaria è difficile, del resto lo è anche per chi ne fa una scelta vocazionale. Figuriamoci quando è una scelta di necessità. Per alcuni la prospettiva, allora, diventa il ritorno sulla strada, la vita da clochard. Non dimentichiamo poi che molto dipende dalle condizioni di salute mentale in cui giungono qui: c’è chi, a causa della demenza, torna bambino; chi ha pesanti problemi psichiatrici; chi è tormentato dal rammarico di opportunità o progetti svaniti; chi esprime rabbia verso un partner o una famiglia che ritiene responsabile di quanto gli è accaduto…».
Lei che idea si è fatto da una sofferenza così grande?
«Credo che in noi ci sia sempre tanta tenerezza nei confronti di persone meno fortunate. Nessuno, nonostante quel che molti pensano e dicono, si è cercato l’Aids o la sieropositività. È solo fortuna che noi non siamo finiti in certi giri, non siamo nati in determinati momenti storici, o in particolari aree geografiche. Da questo punto di vista mi è difficile attribuire ai nostri malati il cento per cento di una responsabilità, che pure esiste, ma è una parte e non il tutto. Basti dire che tra gli ospiti abbiamo anche coniugi infettati, con quel che inevitabilmente segue: famiglie distrutte per l’infedeltà, per non aver detto…».
E dell’Aids cosa pensa? Recentemente si è parlato di vaccino.
«Ne sono girate tante. Finché non avremo dati oggettivi e concreti mi pare poco bello e poco sano illudere le persone. Anche perché l’Istituto Superiore di Sanità ha parlato di barlumi per cronicizzare la malattia. Nient’altro che questo. E non è poco: io ho iniziato a lavorare in questo settore nel 1993. Allora si celebravano uno-due funerali al mese, oggi uno-due all’anno. C’è in me un sentimento di rabbia perché l’Aids è ancora tabù. Se ne parla poco e per il 74% è un male originato da cause sessuali: non si usano precauzioni minime. Il malato di Aids è messo al bando. Faccio un esempio: se è necessaria una visita dal dentista, se va bene, è l’ultima a fine giornata… E non è solo paura, ma anche il pensiero di avere a che fare con persone dalla vita libertina. Il tutto, in una cultura cristiana come la nostra, è aggravato dal pensiero di una malattia infettiva legata al sangue, che è considerato fonte di vita».
Racconti una storia umana che ha vissuto qui.
«Sarebbero 108, quante sono le persone ospitate nel tempo alla “Sorgente”… Ne dico una per tutte: una ragazza da me accolta qui 21enne, in coma. Per lei non c’era più niente da fare. In cambio del posto che le davamo per finire i suoi giorni qui, potemmo far ricoverare uno dei nostri ospiti bisognoso di cure. Quella ragazza destinata, secondo i medici, a morte sicura, è rimasta con noi per molti anni e nel 2007 è uscita da questa casa per andare a convivere con il suo partner».
Che senso ha questa casa nella Como di oggi?
«Spero il senso della pagliuzza nell’occhio, che dà fastidio perché ricorda che non tutti siamo fortunati allo stesso modo. E poi uno stimolo per mostrare a me, credente, che c’è un prossimo di cui non posso non farmi carico. Mi piacerebbe che “La Sorgente” aiutasse a non giudicare, ad accettare ognuno per come egli è, anche se certamente è qui non per ripetere i propri errori. Molti tossicodipendenti sono persone buone, talmente buone da finire in giri sbagliati».
Ma qualcuno si accorge di voi e di loro?
«Nel bene e nel male credo di sì. Difficilmente vengono a dirmelo».
Marco Guggiari

Nella foto:
Daniele Isidori, direttore della “Sorgente”, in via Torriani a Como (foto Baricci)

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