DAVIDE VAN DE SFROOS IL PITTORE DI ATMOSFERE

di MARIO LUZZATTO FEGIS

Il fenomeno musicale lariano
Io sono di Trieste, emigrato da giovane a Roma e poi a Milano. Ho sempre avuto una grande facilità per i dialetti meridionali e una assoluta negazione per quelli settentrionali (tranne il triestino, il mio). Finchè non ho incontrato il maestro Bernasconi. Per me la conoscenza della lingua di Como e dintorni si limitava all’accento, anzi la cantilena, con cui il doganiere di Chiasso mi diceva, proprio, quando ero di fretta per arrivare al mio programma mattutino su Radio Monte Ceneri, “accosti

prego”.
Non conoscevo il laghèe e tantomeno sapevo che fosse un mix di ticinese e comasco. La prima volta che incontrai De Sfroos alla Radio ero perplesso. Mi chiedevo come le composizioni in questo dialetto potessero uscire da una nicchia territoriale. Ma mi colpì però la personalità dell’artista che era capacissimo di cantare in italiano perfetto e anche in tutti i dialetti meridionali d’Italia. In breve la scelta del laghèe mi apparve tutt’altro che casuale: il dialetto e le tronche presenti gli consentivano di sviluppare i suoni e una fonè all’altezza del laghèe. Pesco a caso: Live, anzi Laiv, del 2002 con brani come El diavul, Television (il racconto dell’assassinio di Kennedy rappresentato con provinciale semplicità), Poor’Italia. Ma il laghèe formato export doveva ancora nascere, per trovare la sua massima espressione nella canzone presentata a Sanremo 2011 in cui il lessico anzidetto viene utilizzato per una storia assai lontana da Como, se non per quel pizzico di follia disseminato lungo tutto il racconto. Che parte da un mare pieno di “scovazze” in triestino, rumenta in Brianza, Ruudera in laghè, tra le quali spiccano un “sedéll, una sciavata e una tuletta del red Bull”. Come diventano patetici gli eroi salgariani immersi nel frastuono del luna park e negli afrori “de fritüüra de pèss e de piza de purtà via”. Quel che colpisce di Van de Sfroos è quella sorta di basso profilo, che gli anglosassoni chiamano “understatement”, in cui grandissime virtù musicali vengono dispensate con totale naturalezza. Un esempio fra tutti “Il blues di Santa Rosa” in cui la chitarra ha un fraseggio emozionante al livello dei grandi. È un pittore di atmosfere il Bernasconi: i fumi (ante-divieto) e le bottiglie e i bicchieri che danzano in “Foemm e prufoemm” dove gli occhi sono tutti per “i tett e la barista”, l’atmosfera allupata della balera (“Mi concede questo ballo” col coro che ripete “che bel cuu, che bel cuu”).
Gloria dunque al Monzese cresciuto sul lago che ha avuto, alle origini, il suo naturale palcoscenico nelle feste leghiste, gli unici allora disposti ad alimentare una cultura musicale dialettale legata a un territorio.
Leghista Davide? Sì, esattamente come Battiato è comunista visto che suonava e cantava per i supersinistri di Parco Lambro o alle Feste dell’Unità (gli unici disposti a scommettere su una musica nuova). Insomma ogni pesce è costretto a nuotare nell’acqua che ha a disposizione.
Un laghèe lo sa bene.

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