Diamo un senso alle prove Invalsi

opinioni e commenti di adria bartolich

di Adria Bartolich

Le scuole sono alle prese con le ormai note prove Invalsi. Non che se ne sentisse la mancanza, soprattutto considerano le condizioni in cui si svolgono, cioè, ahimè, in piena pandemia.

Le prove sono per la stragrande maggioranza online,  fatto salvo alcuni ragazzi con particolare difficoltà; questo sul piano pratico significa dovere utilizzare le strumentazioni informatiche delle scuole, spesso vecchiotte e alquanto imperfette,  per di più mantenendo le misure igieniche previste  per l’attività didattica: distanze, mascherine, disinfezioni e via di seguito.

Contrariamente a molti, io credo che le prove Invalsi, seppur con alcuni limiti, rappresentino un modo per verificare lo stato dell’arte, almeno in linea di massima, e risultati didattici delle nostre scuole sul piano nazionale. Prescindendo dal fatto che la nostra cultura nazionale vede la  valutazione unicamente come uno strumento punitivo, mentre dovrebbe invece essere un modo per misurare il punto in cui si è arrivati, e considerando le condizioni abbastanza anomale nelle quali si stanno svolgendo, credo  sarebbe opportuno che alle prove Invalsi seguissero atti conseguenti.

Questo perché, come tutte le rilevazioni, va bene utilizzarle come uno strumento conoscitivo,  ma soprattutto saranno utili se, a fronte del risultato, effettivamente si attivassero politiche correttive nei confronti delle situazioni  che, nel tempo, hanno sempre fatto rilevare risultati negativi.

Così come la valutazione non ha il compito di stigmatizzare, allo stesso modo ogni rilevazione è assolutamente inutile, a parte soddisfare una generica curiosità accademica, se poi non si attivano strumenti e azioni  correttive per ridurre o riequilibrare le distanze ormai arcinote tra territori,  scuole , discipline, generi.

Infatti da anni gli esiti sono, salvo piccole variazioni, sempre gli stessi: difficoltà nella matematica, ragazzi  con svantaggi di carattere sociale che fanno fatica a raggiungere le competenze necessarie, divari enormi tra il Nord e il Sud del paese, ragazze mediamente più competenti dei loro coetanei maschi soprattutto nelle materie umanistiche, meno in quelle scientifiche, grandi differenze tra gli istituti soprattutto al Sud. Verosimilmente la didattica a distanza non avrà ridotto questi divari, anzi li avrà accentuati.

A questo punto, però, ci si aspetta che il Ministero non si limiti a rendere nota la situazione ma progetti una serie di interventi mirati, e sottolineo mirati, perché non si può continuare a chiedere un maggiore impegno a chi lo ha già  profuso e sfinendo le persone serie,  intervenendo direttamente e in modo preciso  sulle  situazioni  critiche, non solo aggiungendo insegnanti ma anche verificando se quelli che ci sono vengono utilizzati nel modo giusto, se le scuole funzionano da supporto al loro lavoro e se gli enti locali supportano il lavoro delle scuole.

Altrimenti non avranno alcun senso.

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