Dieci anni fa moriva Antonio Ratti. La figlia Donatella: «Era un innovatore Aveva capito come sarebbe andata»

Antonio Ratti

«Fu il primo a comprendere il ruolo che avrebbe avuto la Cina»
«In questi 10 anni è cambiato il mondo. A pensarci bene, però, nella nostra azienda il cambiamento era iniziato già tempo prima. Mio padre lo aveva anticipato».
L’orgoglio si mischia alla commozione nella voce di Donatella Ratti. Domani saranno trascorsi esattamente 10 anni dal giorno in cui il padre Antonio ha chiuso gli occhi per sempre. Ma è sufficiente scambiare poche parole con l’imprenditrice comasca per accorgersi che, per lei, il papà è ancora lì, al suo posto, in azienda.
Pronto a estrarre dalla tasca l’immancabile blocchetto e la matita per «buttare giù una nuova idea».
Nato nel 1915, dopo un periodo come apprendista disegnatore, il 25 aprile 1945 Antonio Ratti fonda la sua ditta, la Tessitura Serica Antonio Ratti, che in pochi anni diventa uno dei punti di riferimento dell’industria tessile non soltanto lariana, al punto che nel 1972 l’imprenditore ottiene la nomina a Cavaliere del lavoro.
Quotata in Borsa dal 1989, da 2 anni la società è controllata dal gruppo vicentino Marzotto. Donatella, che dalla morte del padre ha preso le redini della società, oggi è presidente del gruppo. La sorella Annie guida invece la Fondazione Antonio Ratti, creata nel 1985 dallo stesso Cavaliere con l’obiettivo di promuovere e favorire iniziative, ricerche e studi di interesse artistico, culturale e tecnologico nel campo tessile.
«Come imprenditore e come uomo mio padre ha sempre avuto lo sguardo proiettato in avanti – dice Donatella – Per molti versi, ha anticipato gran parte dei cambiamenti che in questi ultimi anni hanno rivoluzionato il mondo. Penso, ad esempio, alla sua visione internazionale: papà ha anticipato la globalizzazione come ottica imprenditoriale. Per lui era evidente l’importanza del rapporto con le altre culture, aveva la sensibilità giusta e la capacità a livello creativo di interpretare altri Paesi». L’impronta del fondatore oggi è ancora ben evidente nella società. «Papà ha avviato una scuola che oggi permette all’azienda di essere ancora una delle più belle e importanti del settore, anche se ha mutato pelle perché il mondo è cambiato completamente – prosegue la figlia di Antonio Ratti – In un certo senso, la sua generazione, che ha vissuto la guerra, ha perso tutto ma ha trovato la forza di ripartire, riflette ciò che stanno vivendo oggi i giovani. L’auspicio è che anche questa generazione sappia ritrovare la chiave di un’imprenditoria generosa e con essa la voglia di ricominciare».
Per quanto riguarda la Cina, Antonio Ratti era andato addirittura troppo avanti.
«Il cambiamento che l’azienda ha fatto in questi anni era già stato avviato da mio padre – spiega Donatella – Lui aveva percepito chiaramente che l’avvento della Cina avrebbe portato nel tessile trasformazioni forti. Addirittura, aveva già tentato di allearsi con i cinesi negli anni Settanta, forse troppo presto perché la forma politica allora non era aperta a un vero parternariato».
Dopo la scomparsa del fondatore della Ratti, prosegue Donatella, «abbiamo continuato sulla strada che lui aveva avviato puntando sulla ricerca tecnologica e creativa. Lavoriamo sull’innovazione, ad esempio per quanto riguarda pigmenti e finissaggi, ma anche lasciando spazio ai giovani, pure alle “promesse” che arrivano dall’estero, in particolare dai Paesi dell’Est – continua la presidente del gruppo di Guanzate – Mio padre era un imprenditore a 360 gradi, uno che si occupava di tutto: dal disegno al rapporto con il cliente. Oggi ci sono figure più specializzate, in azienda ciascuno ha un proprio settore, che gestisce però con la stessa vena creativa e la stessa voglia di ricercare cose nuove e originali».
Il primo decennio della Ratti senza il suo fondatore è coinciso con una crisi mondiale che non ha certo risparmiato il distretto tessile comasco e che, anzi, ne ha messo in dubbio il futuro. «Sono convinta che a Como ci sia ancora spazio per il tessile – afferma convinta Donatella Ratti – Per quanto mi riguarda, ho fatto la scelta dell’aggregazione per entrare a far parte di un polo più importante e per poter allargare l’attenzione ad altri prodotti quali la lana e il cotone. A Como, e più in generale in Italia, sono convinta che vi sia futuro per le aziende che sanno aprirsi, cambiare pelle, ripensarsi».
Parallelamente all’attività dell’azienda di famiglia, prosegue anche l’attività della Fondazione Antonio Ratti.
In passato, c’era stata qualche polemica con gli enti locali per la presunta, scarsa attenzione al lavoro della stessa Fondazione.
«Oggi il clima è cambiato – conclude Donatella Ratti – I comaschi, ogni tanto, sono un po’ polemici, è nella loro natura. Poi, in realtà, c’è spazio per lavorare sul bello, nel campo del tessuto e dell’arte moderna. Il bello ha sempre un senso».
Antonio Ratti, quando ha dato vita alla Fondazione, aveva già pensato anche a questo.

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