Disunità d’Italia, altro che d’Europa

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di Marco Guggiari

Ci sono due poli di contraddizioni su cui la politica si è accapigliata questa settimana. Il primo deriva dall’interrogativo sulle riaperture: solo per alcuni territori? Meglio un po’ di giorni dopo il 3 giugno? Alla fine è stato deciso il via libera per tutti fin da mercoledì prossimo. La contraddizione non è questa, ma la bagarre tra le Regioni.

Contraddizione evidente, anche se in controluce, rispetto alle giuste critiche che da mesi indirizziamo all’Europa, così lenta e restìa a offrire aiuti in denaro a fondo perso. Però, alla fine, la Commissione della tedesca Ursula von der Leyen ha messo a punto un corposo piano di soccorso e di prestiti. Tutto a posto, allora? No di certo.

L’Europa resta disunita, per via dei Paesi oltranzisti, ora gentilmente ribattezzati “frugali”: Austria, Olanda, Svezia e Danimarca. Ma forse è un po’ più unita nel resto dei suoi componenti. Le nostre Regioni, invece, avrebbero volentieri frantumato l’Italia. Sardegna e Sicilia hanno chiesto improbabili patenti immunitarie, che non esistono perché il virus può arrivare pochi giorni dopo un test o un tampone che lo esclude. Tra l’altro, il nostro Paese è tuttora in ritardo sulle famose tre T: tracciare, testare, trattare. E, per quanto riguarda i tamponi, mancano sempre i reagenti. I test sierologici, poi, si possono graziosamente fare solo a pagamento.

Con la bagarre a cui facevamo riferimento, la nazione è stata disunita da altolà e minacce di ritorsioni da Sud a Nord. Risultato: Europa, la grande accusata, un po’ più compatta. Italia, la  bistrattata vittima, più divisa. Certo, il confronto è tra soldi (dall’Europa) e salute (nelle zone della Penisola e nelle isole risparmiate dal virus).

La salute vale certamente sempre più dei soldi, ma resta il fatto che la coerenza non è di questo mondo. E nemmeno di questa Italia. E che le sfumature contano. Come l’idea che gli aiuti europei possano essere utilizzati per ridurre le tasse. Intento sempre benvenuto e sogno di tutti gli italiani, ma che andrebbe attuato, questo sì, con le proprie forze, non pretendendo di farlo invece grazie a regali continentali.

Anche perché, se si vinceranno le ultime resistenze europee, nelle casse del nostro Belpaese arriveranno oltre 170 miliardi, che serviranno però per fare investimenti in riforme, senza più alibi e non per la spesa corrente. Le tasse, va ribadito a beneficio di qualche ministro e dei leader di qualche partito d’opposizione, non dipendono dall’Europa, ma dalla nostra idrovora di sprechi che non conosce lockdown e dai nostri conti pubblici più che malandati.

Il secondo polo di contraddizioni riguarda la vicenda degli assistenti civici, teoricamente 60mila volontari che dovrebbero monitorare in tutta Italia, a titolo gratuito, i luoghi maggiormente a rischio di assembramento. Nel corso di polemiche infuocate sono stati definiti, volta a volta, ronde, milizie, distributori di buona educazione, censori, sceriffi e via gradendo. Resta il fatto che non ci si improvvisa in nulla. E senza competenze, ci si espone soltanto a rischi.

Quali i criteri di reclutamento, al di là della buona volontà di chi è disponibile? Quali regole d’ingaggio? Quale addestramento? È da dilettanti che non si sia pensato a questi risvolti. Il bando è al momento sospeso. Salviamo però il principio che sarebbe importante costituire una Protezione Civile “aggiunta”, di volontari formati adeguatamente e chiamati a svolgere determinati compiti. Quante volte lo abbiamo pensato vedendo per strada nullafacenti italiani o di altre nazionalità?

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