Doppia imposizione fiscale: non c’è intesa al momento su vecchi e nuovi frontalieri

Dogana Frontalieri

C’è il primo intoppo nella trattativa tra Italia e Svizzera sulla riforma del sistema di doppia imposizione fiscale dei frontalieri. Un ostacolo serio, perché riguarda il “doppio binario” immaginato per inquadrare i lavoratori nei prossimi anni. Lo stesso doppio binario che i sindacati contestano, giudicandolo discriminatorio, ma che piace moltissimo ai governi dei due Paesi dato che garantisce subito maggiori entrate.
Ma andiamo con ordine. Questa settimana il viceministro dell’Economia, Antonio Misiani (Pd), ha incontrato nuovamente in videoconferenza i rappresentanti delle organizzazioni sindacali per fare un punto della situazione sull’andamento dei colloqui con la parte elvetica.
Una riunione già programmata, durante la quale Misiani ha confermato la distanza di vedute tra Italia e Svizzera proprio sulla questione del doppio binario. La bozza di accordo prevede che il sistema fiscale rivisto e corretto venga applicato soltanto ai frontalieri che saranno assunti dopo l’entrata in vigore del trattato. Il “doppio binario” si riferisce quindi allo status di «vecchio» e «nuovo» frontaliere, che sarà assegnato rispettivamente a chi oggi lavora in Svizzera e a chi in futuro troverà oltrefrontiera un impiego.
L’Italia chiede che sia considerato «vecchio frontaliere» il lavoratore che abbia già una posizione Avs, sia cioè iscritto alla previdenza elvetica. Gli svizzeri, invece, insistono nel considerare «nuovo frontaliere» tutti coloro i quali saranno assunti dopo la firma dell’intesa, a prescindere dal fatto che abbiano o meno una posizione Avs.
Non è una differenza da poco. Basti pensare che secondo i calcoli dell’ufficio studi del ministero dell’Economia, il passaggio dei quasi 70mila frontalieri oggi attivi in Ticino nel sistema fiscale rinnovato frutterebbe alle casse dello Stato italiano all’incirca 350 milioni di euro all’anno, mentre il maggiore gettito per il Cantone sarebbe di soli 20 milioni. Si tratta di una massa imponente di denaro che, pure “depurata” dalla quota da girare al fondo ristorni destinato ai Comuni di frontiera (100 milioni circa) non può che fare gola ai cassieri di via XX Settembre.
«L’impressione che abbiamo è che si voglia fare cassa – dice Giuseppe Augurusa, responsabile nazionale della Cgil per il frontalierato – Sin dal primo momento noi abbiamo detto che il sistema del doppio binario è sbagliato concettualmente, perché crea una disparità enorme tra lavoratori che svolgono le stesse mansioni. Anche per questo, abbiamo insistito – e continuiamo a insistere – sulla necessità di introdurre alcuni meccanismi di compensazione che evitino il salasso fiscale ai danni dei “nuovi” frontalieri».
Meccanismi che il sindacato, in modo unitario, ha elencato peraltro in un documento: «aliquote di vantaggio, rimodulazione della franchigia, misure di accompagnamento e tempi di transizione». Tutto questo, insiste Augurusa, dovrebbe essere messo nero su bianco nei decreti fiscali prima di firmare l’intesa, in modo da definire un quadro preciso e soprattutto chiaro.
«L’adozione del nuovo sistema – dice ancora il sindacalista della Cgil richiamando la posizione espressa da tutte le sigle sindacali dopo l’incontro con il viceministro Misiani – potrebbe sfociare in alcune potenziali criticità. Sicuramente, verrebbe violato il principio costituzionale di eguaglianza tra i lavoratori. Ma non si potrebbero escludere ulteriori elementi di dumping in un mercato del lavoro, quello elvetico, che ne è già fortemente caratterizzato, anche in virtù di una relazione stretta tra crescita dei salari e riduzione delle tutele e delle protezioni sociali». Ritorna, qui, un tema che da sempre caratterizza il lavoro dei frontalieri, i quali hanno sicuramente stipendi migliori di chi resta in Italia, ma praticamente nessuna garanzia in caso di crisi o di scelte improvvise da parte delle imprese.
«Serve una clausola di salvaguardia per i “vecchi” frontalieri – conferma quindi il sindacalista della Cgil – ma anche un quadro di norme che non penalizzi troppo i “nuovi”. E, oltre a questo, va anche superato il concetto di «fascia di confine entro i 20 km, ovvero la divisione tra frontalieri “fiscali” e “non fiscali”. Con il nuovo sistema – dice Augurusa – potremmo addirittura arrivare a una sorta di tripartizione, con aliquote diverse per tre categorie di frontalieri: i vecchi, i nuovi e quelli che vivono oltre i 20 km dal confine. Sarebbe davvero troppo». La trattativa, per il momento, va avanti, Italia e Svizzera continuano a sostenere di voler siglare l’intesa prima della fine dell’anno, anche se la pandemia potrebbe diventare un ostacolo.

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