È lui, Azouz Marzouk nel bene e nel male

Azouz Marzouk

A Zaghouan gestisce con i fratelli il mini-market di famiglia

È Azouz Marzouk. Nel bene e nel male. In Italia come in Tunisia. E basta arrivare nel suo paese, a Zaghouan, per rendersene conto. «Dove potete trovarmi? – aveva detto quando ha saputo che avrebbe avuto visite – Chiedete di me e ve lo diranno».
È andata esattamente così. Il mini market della famiglia Marzouk lo conoscono tutti. In cassa e tra gli scaffali si alternano Azouz e i fratelli Salem e Fahmi. Da quando la bimba, Melika, ha iniziato l’asilo, anche la moglie di Azouz, Michela Lovo, lavora al supermercato. La sveglia di Azouz suona alle 4.30: bisogna alzare la saracinesca per gli operai che vanno a lavorare all’alba, dopo la preghiera. La chiusura è dopo mezzanotte.
Il locale è a pochi metri dal negozio di fotografia di Sadok, il papà di Azouz. L’abitazione dell’intera famiglia, compresa la mamma Souad e la sorella Hiba è sul retro dello stesso edificio. Sulla scala interna che porta dal piano terra al primo, ad accoglierti c’è lo sguardo intenso di Youssef. Sembra salutare chi entra, esattamente come quando, in quella casa, era arrivato con mamma Raffaella per conoscere i nonni paterni e l’intera famiglia.
Al piano terra, nell’abitazione di Azouz e Michela, le foto di Youssef sono ovunque, spesso accanto a quelle della sorellina Melika, che non lo ha mai conosciuto ma sa tutto di «Fefe». È l’11 dicembre, ma Azouz sceglie di non andare al cimitero. Nessuna commemorazione sulle tombe. «Non ci vado spesso – dice – Non è una cosa che amo fare. C’è una persona che va a tenere in ordine le tombe per me».
Azouz entra e esce da casa. Va in negozio, incontra un fornitore. Parla al telefono. A tutto il resto pensa Michela, spesso con le altre donne di casa. Ha 25 anni, la moglie di Azouz e per il marito, quasi cinque anni fa, ha lasciato Lecco, la sua famiglia e il suo impiego al bar per trasferirsi a Zaghouan. L’aria di casa le arriva dalla televisione, sintonizzata costantemente sui canali italiani.
Melika, 3 anni, è arrivata a Zaghouan a poche settimane di vita e quello è il suo paese. Parla italiano, arabo e francese. «Ora che va all’asilo in casa parliamo italiano, perché arabo e francese li parla a scuola e fuori», dicono orgogliosi mamma e papà. Non è altrettanto facile per Michela, che pure ormai parla arabo senza difficoltà.
Almeno nella parte moderna, Zaghouan appare a tratti poco differente da un qualsiasi paese occidentale. Eppure, le leggi dettate dal Corano scandiscono ogni momento della giornata. Sono nei bar sulla strada, riservati rigorosamente agli uomini. Nel divieto per le donne di fumare (almeno in pubblico). Nell’obbligo, sempre per le donne, di scendere dal marciapiede e camminare sulla strada passando dai locali frequentati dal sesso forte. C’è anche il capitolo alcolici, vietati, sempre in teoria e reperibili solo «per chi conosce i posti giusti».
Il senso dell’ospitalità è un valore assoluto. Da Tunisi a Zaghouan, non c’è una persona che non sia disposta a dare un’indicazione stradale – magari, per evitare problemi, accompagnandoti a destinazione – a rispondere a una domanda, a dare spiegazioni. A improvvisarsi guida turistica, magari anche per cancellare la diffidenza di qualcuno davanti alla macchina fotografica di uno straniero. O le difficoltà per passare uno degli infiniti posti di blocco delle forze dell’ordine di una Paese che, dopo la rivoluzione del 2011, ha indicato la sicurezza come una priorità assoluta. Per i tunisini. E per l’immagine della Tunisia.

Anna Campaniello

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