Festa della donna con Musa a New York
Arte, Cultura e spettacoli

Festa della donna con Musa a New York

Il pittore comasco Fabrizio Musa lavora a una nuova mostra che aprirà a New York, nel quartiere di Soho, dall’8 marzo prossimo. Ci saranno sia lavori pittorici di nuova realizzazione che opere espressamente realizzate sull’occasione, con un omaggio alla donna. L’artista è praticamente di casa nella Grande Mela. La scorsa estate Musa ha realizzato  un ritratto, commissionatogli da un collezionista filippino, dell’attore Adrien Brody, premio Oscar per “Il pianista” di Roman Polanski (nella foto). «Tutto è partito nel marzo scorso – aveva raccontato in quell’occasione  Musa – quando ho conosciuto il collezionista filippino Jobe Nkemakolam, amico di lunga data di Brody, all’Armory Show di New York, importante fiera d’arte. In passato Musa aveva già firmato ritratti di Vip come Vasco, Lapo Elkann e l’attore Ewan McGregor.

Oltre vent’anni di mostre, Musa è nato artisticamente negli anni Novanta. “Mi è sempre piaciuto disegnare e dipingere, fin dalle superiori – dice –  Sperimentavo di tutto. Mi piacevano il linguaggio dell’arte Pop e quello dei fumetti, mi seducevano i giochi di colori decisi e iniziavo ad apprezzare maestri come Warhol e Schifano. Erano lavori che spesso sperimentavo su tavole di legno, tecnica per me tuttora valida”.

La prima mostra, al primo piano del Chiostrino di Sant’Eufemia a Como, con un’opera che spicca, l’Ultima cena lunga sei metri, olio su tela che mette in tavola oggetti di consumo contemporaneo. La Coca Cola, i pacchetti di sigarette. Simboli e segni del quotidiano. Iniziano gli anni cruciali dell’apprendistato: dal 1997 al 2000 sperimenta con la fotografia digitale e con lo scanner, con l’entusiasmo selvaggio proprio di chi ha sete e fame di conoscenza. Dopo il clamore suscitato dall’installazione video nell’hangar dell’Aero Club nel 2000, nel 2001 in Ticosa la mostra Simboli e simbolismi nell’Arte contemporanea: en blanc et noir a cura di Philippe Daverio, Roberto Borghi, Ileana G.Padovese ed Enrica Vittani lo vede protagonista come artista che in chiave Pop interpreta ironicamente il mondo contemporaneo colto nelle sue ossessioni visuali attraverso la rappresentazione multicolore di oggetti-feticcio dell’era del consumismo. Nasce anche la serie dei “Beatles”, ovvero scarafaggi (anzi, Scan-rafaggi) “letti” al computer e poi avvolti, su grandi pannelli, con sagome riempite di colori sgargianti e dai contorni netti. C’è poi la fase di sperimentazione con le materie plastiche, con la mostra Plastica d’Artista al Museo della Scienza e della Tecnica “Leonardo da Vinci” di Milano. Si comincia a sognare, e soprattutto a fare, in grande stile.

“La tecnologia mi ha sempre interessato, in realtà – dice Musa –  Ancora oggi non mi faccio sfuggire l’ultima novità in fatto di smartphone o di computer. Passare all’arte digitale è stato la diretta conseguenza di questo atteggiamento di apertura alla modernità. Ma la voglia di disegnare e dipingere non era spenta. Anzi, Posso dire che in me c’è sempre stata e proprio durante la fase della sperimentazione digitale ho ripreso a maturare una nuova consapevolezza degli strumenti tradizionali, in primis il pennello. La ricerca di uno stile personale è un presupposto imprescindibile per chi fa dell’arte una ragione di vita e un mestiere, una professione. E quando ho capito che non ero più costretto a misurarmi con i limiti fisici dello scanner ma potevo liberamente trasferire sulla tela immagini digitali ridotte in solo testo mi si è aperto un mondo di possibilità”.

Ed è stato allora che ha iniziato a studiare in modo sistematico la struttura dei film di Stanley Kubrick, e ammergersi nel suo immaginario visivo. “Sì – dice Musa –  quasi fotogramma per fotogramma, estraendone inquadrature molto forti, icone potenti che mi hanno permesso di suscitare ancor di più l’attenzione di critici e collezionisti e di entrare a parte del sistema dell’arte. La mostra dedicata ai capolavori del cineasta americano mi ha garantito una grande visibilità mediatica. E l’esperienza di questi lavori mi ha fatto comprendere l’esigenza di trovare nell’immagine una struttura di base da riportare poi sulla tela”.

E così la ricerca sulle icone del presente e della memoria (i luoghi, i simboli) è tornata con prepotenza a bussare nel suo immaginario visivo dando vita a una forma inedita di espressione: dal soggetto fotografato in digitale si estrae l’anima più radicale ed essenziale e si torna a trasferirla sulla tela con il classico procedimento pittorico. Questa è la base su cui sono poggiati come altrettanti pilastri i filoni successivi. Sono gli anni dei successi, come la mostra presso “Pittura italiana” e la partecipazione tra i finalisti al Premio Cairo, in cui matura l’interesse per l’architettura geometrica del 900 comasco, il Razionalismo, certificato da una prestigiosa mostra al Parlamento europeo di Bruxelles nel 2004. È l’anno del centenario della nascita di Giuseppe Terragni, con la realizzazione del grande wallpaint dedicato al Novocomum, con cui ha giocato prospetticamente sulla grande parete di via Ballarini. “Realizzare opere pubbliche come questa e tante altre ancora è stata una bella sfida, che ho accettato con entusiasmo. È bello veder crescere l’opera momento per momento, saperla condivisa con i cittadini attimo per attimo. Opere come Novocomum XXL e Sant’Elia XXL sono ancora oggi un segno tangibile, una presenza di arte pubblica nella mia città”.

Un fermento creativo, quello del centenario, oggi ribadito con la presenza delle sue interpretazioni pittoriche dei capolavori del Razionalismo proprio nella nuova sede dell’Archivio Terragni presso lo stesso Novocomum. Una sorta di Terragni al cubo quello visto da Fabrizio Musa. Che intanto spicca il volo: i lavori newyorkesi. la collaborazione con critici acuti come Philippe Daverio, la voglia a ben vedere molto kubrickiana di controllare l’intera filiera dell’opera sia essa singola o parte di un ciclo articolato… Un artista che non si fa spaventare dalle molteplici possibilità di riproducibilità tecnica della creazione artistica, anzi fa del multiplo una nuova frontiera di sperimentazione. “Spesso coinvolgo il committente che diventa parte attiva dell’opera con  suoi consigli. E non ho mai legato il mio lavoro in maniera esclusiva a una galleria, preferendo allestire mostre organizzate in proprio o istituzionali”.

O interi cicli di mostre, come nel caso della collaborazione con l’archistar Mario Botta avviata nel 2007. “Il mondo di Terragni l’ho attraversato da solo. In quello di Botta ho viaggiato in compagnia del suo artefice. Ciò mi ha consentito un ulteriore salto di qualità. In verità per me l’ispirazione non esiste: mi godo molto semplicemente la libertà di non subire condizionamenti, e di dipingere quello che voglio, sia esso un’architettura, un vip del cinema come Al Pacino, De Niro o Ewan McGregor o il particolare di un fumetto come Diabolik. Una veduta di New York o delle Bahamas, della Cina o della mia Como”.

16 ottobre 2018

Info Autore

Lorenzo

Lorenzo Morandotti lmorandotti@corrierecomo.it


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Archivio
novembre: 2018
L M M G V S D
« Ott    
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
2627282930  
Numeri utili
NUMERO UNICO DI EMERGENZA
numero 112 lampeggianti
farmacia Farmacie di turno farmacia

ospedale   Ospedali   ospedale

trasporti   Trasporti   trasporti
Colophon

Editoriale S.r.l. (in liquidaz.)
Via Sant’Abbondio 4 – 22100 Como
Tel: 031.33.77.88
Fax: 031.33.77.823
Info:redazione@corrierecomo.it

Corriere di Como
Registrazione Tribunale di Como n. 26/97
ROC 5370

Direttore responsabile: Mario Rapisarda

Font Resize
Contrasto