Frontalieri, superata la soglia dei 70mila: Udc e Lega dei Ticinesi all’attacco

Svizzera, dogana

Il Covid-19 «letale» per il lavoro dei ticinesi. È questa la tesi che l’Udc – il partito della destra xenofoba svizzera – ha ripetuto ieri con insistenza di fronte ai nuovi dati sui frontalieri nella Confederazione. Dati che andrebbero però letti con maggiore attenzione, perché non riferiti ai posti di lavoro ma ai permessi G rilasciati dalle autorità cantonali.
Stando alle cifre diffuse dall’Ufficio federale di Statistica, alla fine del terzo trimestre di quest’anno, in Ticino il numero dei frontalieri ha superato per la prima volta quota 70 mila. Meglio sarebbe dire che i possessori di un permesso G erano, alla fine di settembre, 70.078. In crescita dell’1,1% rispetto al trimestre precedente e dello 0,1% su base annua.
In Ticino si è registrato un aumento inferiore a quello nazionale che, rispetto al terzo trimestre 2019, è stato dell’1,7%.
Secondo l’Udc, come detto, la crisi innescata dal Coronavirus ha «penalizzato i ticinesi e favorito ancora una volta i frontalieri. Il futuro dei ticinesi – si legge in una nota – è in costante svendita da parte di aziende che speculano, perché la libera circolazione glielo permette». In realtà, le cose sono probabilmente meno lineari di come appaiono. A fine estate, l’Ufficio cantonale di statistica aveva segnalato la perdita di circa 5mila posti di lavoro in Ticino (232mila a 227mila), una flessione sensibile causata dalla crisi pandemica. Quanti di questi impieghi fossero coperti da frontalieri e quanti invece da residenti è impossibile dirlo. Né l’equazione “più permessi più frontalieri attivi” ha un senso.
Anzi, secondo le analisi del sindacato cattolico Ocst, almeno un migliaio di frontalieri avrebbe perso il posto di lavoro a causa del Coronavirus, mentre un numero imprecisato di stagionali, quasi tutti impiegati nel comparto turistico, non ha nemmeno ripreso il lavoro. Il punto è che queste persone mantengono il loro permesso G anche se non sono attive, e quindi è difficile – se non impossibile – stabilire l’incidenza della crisi innescata dalla pandemia sul mercato del lavoro indigeno e su quello transfrontaliero.
C’è da sottolineare che diversamente dal passato, sia l’Udc sia la Lega dei Ticinesi – i due partiti che più di altri hanno sempre condotto battaglie politiche contro i frontalieri italiani – cominciano a puntare il dito anche contro le imprese, prendendo finalmente atto che non si può addossare la “colpa” di quanto accade a chi lavora.
«Una grossa responsabilità – ha denunciato ieri la Lega in una nota stampa – va ascritta ai responsabili di diverse aziende nel settore terziario che preferiscono assumere lavoratori italiani».
«In occasione della campagna di voto sull’iniziativa contro la libera circolazione – ha aggiunto di rincalzo l’Udc nel suo comunicato – i partiti che combattevano la proposta affermavano che non era questa l’idea giusta per affrontare l’effetto sostituzione e il dumping salariale. Ma uno degli obiettivi dell’iniziativa era proprio quello di impedire alle aziende di speculare assumendo personale estero quando invece vi è la possibilità di impiegare quello locale».

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