Galimberti sprona i lariani: difendete la vostra unicità

Cenacolo di Leonardo foto Maurizio GalimbertiCenacolo di Leonardo foto Cenacolo di Leonardo foto Maurizio Galimberti

«Ciao Principe. Che grande dolore». Così ha commentato su Facebook Maurizio Galimberti la scomparsa sabato scorso, causa Covid-19, del fotografo Giovanni Gastel, nipote di Luchino Visconti e maestro indiscusso di una generazione di fotografi.
Galimberti ha pubblicato sul social anche una foto che lo ritrae al lavoro proprio con Gastel. In attesa di ripartire in presenza con le personali che ha in corso – ad esempio a Milano e a Trento – abbiamo intervistato Galimberti, maestro nell’uso creativo delle tecniche fotografiche, in merito alla sua arte in occasione dell’uscita di un importante volume di lavori soprattutto in bianco e nero per i tipi di Skira Uno sguardo nel labirinto della Storia, con design di Federico Mininni e testi di Matteo Nucci e Denis Curti.
Un secolo di storia narrato attraverso lo sguardo fotografico e compositivo di Galimberti che ha scelto di raccontare con il suo stile inconfondibile tra mosaico e trompe l’oeil un secolo di storia, dal 1917 al 2018, con foto di cronaca e frammenti di grande cinema. A questo progetto ne seguirà un altro sul tema della storia cui Galimberti sta già lavorando.
«Non è lo strumento che aumenta o diminuisce la qualità di un lavoro fotografico – dice Galimberti che lavora sia in analogico che in digitale – Lo strumento di cui ha realmente bisogno un fotografo è prima di tutto il suo sguardo, il suo saper osservare. Il segreto è dare alla foto che scatti la maggiore dignità possibile in quel momento. Personalmente non amo usare il telefonino, anche se a volte mi capita. Mi sono innamorato di questo lavoro anche per la ritualità e la gestualità che ti impone la macchina fotografica, mi hanno sempre affascinato».
Cosa conta di più per un maestro del paesaggio: la luce, il colore, la composizione?
«La luce in alcuni casi, ad esempio nei paesaggi del Sud, è assolutamente trionfante. Al Nord i grigi, i colori tenui degli orizzonti, le sfumature. Ogni colore rappresenta l’unicità di un luogo, la somma di tutti questi elementi che in quell’istante viene fotografata produce un momento e un’immagine irripetibili. Al di là del singolo elemento, alla base di ogni foto c’è sempre uno stato d’animo. Una volta può essere la luce, un’altra volta può essere un colore, ma quello che conta davvero è la situazione che vedi e che ti fa venire l’impulso di scattare. Conta l’ispirazione che guida lo sguardo verso un particolare piuttosto che un altro».
Cosa le evoca il paesaggio comasco? «Como e il lago sono il mio Dna, le mie radici, ho mosso i primi passi nel club di fotoamatori che aveva sede in via Bonanomi in centro storico a Como, e la mia famiglia è di qui; mio figlio Giorgio che è già un bravo fotografo ho voluto muovesse i primi passi nei suoi scatti proprio sul lago. Tutto il Lario è una grande palestra di fotografia oltre che una enorme fonte di emozioni con le sue luci, le sue ombre, i suoi silenzi, la spiritualità senza tempo che sprigiona. E vi invito, o voi comaschi, a preservarne l’unicità il più possibile, a non cementificarlo, a non vanificarlo facendolo diventare ciò che non si merita di essere».
Lei del Lario ama più la provincia o la città?
«Più che di periferia, parlerei di provincia. La provincia rappresenta quel luogo in cui le storie sono più nascoste, le devi andare a cercare, sono più sussurrate. Ti affascina per il suo apparente silenzio che nasconde racconti e scenari inaspettati. L’Italia monumentale è l’esatto contrario, in questo senso è più sfacciata, ma certamente quello che mi interessa in entrambi i casi è riuscire a riportare l’atmosfera e la magia di un luogo, cercando nuove strade interpretative con la mia visione futurista e “duchampiana”».
Galimberti, sono memorabili le sue interpretazioni e “scomposizioni” di simboli architettonici del Razionalismo: la fontana di Cesare Cattaneo e Mario Radice, il Monumento ai Caduti di Giuseppe Terragni ispirato al disegno di una “torre faro” dell’architetto futurista Antonio Sant’Elia, la Casa del Fascio di Giuseppe Terragni, per fare alcuni esempi celebri.
«I simboli del Razionalismo lariano sono le icone dell’architettura moderna – conclude Galimberti – mi hanno accompagnato e hanno sicuramente influito nella mia formazione e in quella mia ricerca del rigore compositivo. Mi sento parte di una grande famiglia che ha radici nell’arte del fare tipica di Brianza e Comasco e che ha tra i suoi padri nobili Giuseppe Terragni, il grande architetto razionalista. Siamo nati tutti e due il 18 aprile. Coltivo da sempre la speranza che la sua Casa del Fascio diventi un grande museo del design e dell’architettura».

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